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dare rispetto per dare valore

famiglia_01.jpgMa cosa si intende, davvero, quando usiamo la parola rispetto? Alla base di questo concetto ci dovrebbe essere una buona consapevolezza di Sé e dell’Altro e, soprattutto, una buona conoscenza e riconoscimento di quello che viene definito confine personale ed interpersonale. 

Ognuno di noi possiede un confine, una sorta di pelle psichica, che ci caratterizza e ci definisce. Possiamo immaginarlo come una sorta di cerchio posizionato sotto i nostri piedi, che ci accompagna e ci segue ovunque andiamo. L’aspetto però più significativo è che questo cerchio permette di strutturarci continuamente, di definirci per le nostre caratteristiche e di essere riconosciuti dagli altri per quelle stesse caratteristiche. 

Di volta in volta, vengo così riconosciuto come essere umano: donna, uomo, mamma, papà, nonno, lavoratore, in base al ruolo e alla funzione che in quel determinato contesto svolgiamo. 

È grazie al nostro confine personale che riusciamo a gestire ogni giorno quella che viene definita una regolazione emotiva della relazione con l’altro, in altre parole scegliamo la giusta distanza emotiva tollerabile per noi e per l’altro dentro una relazione. Grazie all’ esistenza della pelle psichica, siamo in grado di entrare molto, poco, troppo o per niente dentro una relazione. Il rispetto, quindi, è un riconoscimento del proprio e altrui confine, un incontro in cui è possibile apprezzare tutte le risorse, le qualità e anche le limitazioni reciproche. 

Facciamo degli esempi. Se abbiamo mal di testa e le persone attorno a noi creano silenzio, non solo stanno rispettando un nostro desiderio, ma anche la nostra stessa persona. Stanno riconoscendo e accettando una difficoltà, e ci vengono incontro, aiutandoci. 

Diversamente, se un uomo aggredisce una donna - o viceversa - o la insulta e la sminuisce, sta compiendo un’azione soverchiante, in cui impone con violenza il proprio confine personale su quello dell’altro, che reputa di poco o senza valore, non importante. In questo caso non c’è rispetto. 

Ogni volta che un genitore lascia prendere decisioni importanti ad un figlio, non lo sta rispettando e non lo sta riconoscendo per la propria età perché gli sta chiedendo di essere e fare altro, che esula dal proprio ruolo di figlio. 

Pensiamo ad esempio a quelle situazioni altamente conflittuali nelle coppie coniugali in cui un figlio viene triangolato, cioè letteralmente “tirato in mezzo” nelle relazioni e gli viene chiesto - inconsapevolmente - di regolare le distanze emotive tra i genitori stessi. 

Anche in questo caso, non c’è rispetto per il figlio perché non viene riconosciuto per quello che è, e per quello che il giusto confine gli consente, cioè di essere semplicemente un bambino che nulla deve sapere delle difficoltà dei grandi.

Il rispetto è pertanto sia un valore che un’attribuzione di valore. 

È un valore ogni volta che gli riconosciamo l’importanza che è nella quotidianità della vita personale, famigliare e lavorativa, è un valore ogni volta che lo insegniamo con l’esempio ai nostri figli, per i quali i fatti contano sempre più di mille parole. È un’attribuzione di valore ogni volta che riconosciamo lo spazio dell’altro, ogni volta che lasciamo i nostri figli essere figli, ogni volta che ci facciamo piccoli per andare incontro ai loro tempi e alle loro necessità.

E così il cerchio sotto i nostri piedi ci protegge, e ci valorizza per quello che siamo. 

Che cos’è il rispetto? C’è chi ne ha tanto e chi ne ha poco. Chi lo pretende a volte con arroganza e chi, non curante, prosegue dritto per la sua strada. 

a cura dott.ssa Patrizia Valenti
psicologa, psicoterapeuta


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