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grandi e piccoli: quale rispetto nella relazione?

bambini_gioco_06.jpgStoricamente, la parola rispetto identifica un riconoscimento di valore, atto dovuto all’adulto (sapiente) da parte del bambino (inesperto), che necessita ancora di guida per maturare.

Sottolinea l’asimmetricità della relazione, per cui la persona più grande occupa una posizione “superiore” nei confronti di quella più piccola. Ma, guardando appunto a ciò che accade oggi, quanto questo discorso è ancora valido? 

La realtà ci fornisce una prova di quanto tutto ciò abbia perso forza, di quanto i rapporti asimmetrici di una volta abbiano perso valenza e solidità. Ce ne parla la cronaca, i programmi alla tv, quello che osserviamo quotidianamente per strada.

Per evitare la rigidità del passato – quando padri e madri risultavano molto normativi, a discapito di una affettività utile a creare legame – si è passati sempre più rapidamente ad una condizione opposta, in cui i padri e le madri di oggi non riescono ad ottenere il rispetto dovuto e, per non rinunciare alla dose di affettività che probabilmente ritengono necessaria, si piegano tanto alle richieste dei figli, accontentandole senza possibilità di discussione. 

Il no sembra non essere praticabile, come se fosse un’arma che ferisce e non, piuttosto, un limite che contiene e regola il comportamento. Il conflitto appare sullo sfondo come un’eventualità da evitare, portatore di un danno senza opportunità di riparazione.

È così che i rapporti tra adulti e minori si fanno sempre più fragili, arrivando a casi estremi in cui i bambini, da un lato, anche nei contesti extra-familiari ritenuti tutelanti (come le scuole) finiscono per essere mal-trattati e gli adolescenti, dall’altro, nella più ampia realtà sociale finiscono per sentirsi sempre meno compresi. Quale può essere la soluzione a questo scenario apparentemente catastrofico?

Per trovare risposta proviamo un po’ a ribaltare il punto di vista, utilizzando quello del piccolo, del bambino o del giovane che si appresta ad entrare nel mondo adulto. Come si sentono bambini e ragazzi oggi? È una domanda che probabilmente ci poniamo di rado, e rispondiamo immediatamente sulla base di una nostra convinzione scontata, che è spesso riflesso di come in realtà ci sentiamo noi. Prendiamo ad esempio una scena: una cena in compagnia di amici, con bambini al seguito. 

A qualcuno sarà capitato, per non perdere il momento piacevole, di concedere un po’ distrazione al piccolo che piange, o magari chiede qualcosa, lasciandogli il proprio smartphone. Lungi dal voler essere critici e alimentare sensi di colpa poco costruttivi, si vuole semplicemente stimolare una riflessione: un comportamento di questo tipo, se frequente, non può forse essere letto come una “mancanza di rispetto”?

In quel momento, quale è il bisogno del piccolo e quale invece il bisogno dell’adulto che si rapporta a lui? Sono due bisogni che possono armonizzarsi? O piuttosto risultano in scontro, portando ad adottare risposte che risultano distanzianti, creatrici di incomprensione piuttosto che di vicinanza?

Il rispetto passa innanzitutto da un “essere visti”, dando una considerazione di cui i bambini hanno bisogno, un’ attenzione che è necessaria perché si sviluppi quella “attribuzione di valore” che il termine vuole definire e che è opportuno, soprattutto oggi, riuscire a regalare di nuovo ai piccoli, per accompagnarli nel diventare grandi.

Rispetto è, oggi, un termine da rivedere nel significato e nelle possibilità di applicazione, per allinearlo maggiormente ai tempi moderni mutevoli, che impongono ritmi, abitudini nuove, regole e modelli da ridefinire.

a cura dott.ssa Sara Loffredo
psicologa ad orientamento psicocorporeo biosistemico


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