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Perdere tempo è guadagnare tempo: riscopriamo il valore della lentezza...

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Vorrei un tempo libero, libero veramente, adatto per sognare o per quel che passa in mente. Vorrei un tempo vuoto ancora da inventare, riempirlo a poco a poco e poi lasciarlo andare…” 

Citazione tratta da “Vorrei un tempo lento lento” (Edizione Lapis)

In una società moderna nella quale si sente tanto parlare di diritti dell’infanzia, spesso ci scordiamo dei bisogni più profondi dei bambini, quelli più intimi e primordiali, di cui il primo fra tutti il CON-TATTO, cioè di conoscere attraverso il TATTO.

Il tatto è sensorialità, una memoria epidermica che crescendo lascia velocemente spazio ad una mente logica e razionale e di conseguenza il corpo passa in secondo piano, ma i bambini sono un tutt’uno mente e corpo. Il corpo, in questo particolare periodo storico dominato dai mass media, è vissuto solo come un’icona artistica, dove la bellezza viene messa al primo posto, scordandoci ciò di cui il corpo ha più bisogno: sentire, annusare, toccare.

La mano che tocca è toccata, un gesto semplice ma fondamentale, esperienza sempre più rara poiché troppo tempo viene passato davanti a schermi e le nuove tecnologie non sono in grado di dare sensazioni. Il toccare è nutrimento, linfa vitale per il cervello dell’essere umano. Il rischio che si corre è di avere bambini con menti molto sviluppate, ma con corpi sempre più fragili e che perdono il piacere del toccare, di percepire le differenze di diverse tessiture. L’aria aperta aiuta il bimbo a sviluppare questo tipo di sensorialità, al contrario se tenuto troppo al chiuso, perde lo stimolo del toccare.

L’educazione di oggi tende ad impoverire il nutrimento della mente se la vogliamo intendere come elemento che parte dal corpo, dalle sensazioni

che si trasformano in emozioni e quindi in pensieri. I bambini di oggi sono sovraccaricati di pensieri non loro, non riescono a produrre proprie idee poiché anticipati ed iperprotetti nel fare esperienze.

Pensare significa prendersi cura della mente partendo dal corpo. Sarebbe importante uscire tutti i giorni, guardare, osservare, “toccare con mano” perché è analizzando i fenomeni naturali e descrivendoli cioè trasformandoli in parole, che si educa la mente formando idee vive e non idee inerti.

Educazione all’aria aperta significa insegnare ai piccoli e piccolissimi fin da subito la cura ed il rispetto di ciò che li circonda, come ordine fisico, emozionale e mentale.

Nella nostra società le parole lentezza e ozio hanno accezione negativa ma la capacità di rimanere “a maggese” significa dare nuovo valore all’ozio, inteso come esperienza del Sé, che permette in un sano silenzio di restare in ascolto di se stessi, vivendo un nuovo ritmo di lentezza, cullando il proprio mondo interiore.

Gianfranco Zavalloni, nel suo splendido libro “la Pedagogia della lumaca” afferma che “perdere tempo è Guadagnare tempo”. Come può accadere? Zavalloni lo spiega così.

Il gioco spontaneo è il canale privilegiato dell’apprendimento infantile e “perdere tempo per giocare” vuol dire recuperare un tempo perduto che sembra lontano ma che è il motore energetico per l’adulto del domani: “Perdete tempo per crescere” e per camminare!

Tempo per so-stare, saper stare nell’esserci e soffermarsi a osservare cosa accade attorno, nella lentezza, e non nelle sollecitazioni date dagli adulti ai più piccoli, si impara il sentire.

“Il diritto all’ozio” non esiste più, un bambino che si ferma ad osservare cercando una sua nicchia per proteggersi dall’eccesso di suoni, colori e rumori viene tenuto sotto controllo perché si teme possa avere problematiche importanti.

Nei bambini moderni, sembra non esserci più spazio nè per l’imprevisto nè per potersi autoregolare e giocare da soli senza che l’adulto viva la preoccupazione che il piccolo si possa fare male, percependo il mondo esterno come pericoloso se non viene attentamente controllato nei minimi dettagli. I genitori vivono nell’illusione che riempiendo il proprio figlio di ginocchiere e gomitiere questi possa rimanere senza graffi, sbucciature o lividi, ma i bambini “apprendono dall’esperienza”.

a cura dott. ssa Licia Vasta
psicopedagogista


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