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Paulo Freire: una vita per i più deboli

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Quando penso alla cultura da pedagogista e da mamma penso al dono dal valore inestimabile che possiamo offrire ai nostri figli.

La cultura è lo strumento che attraversa il tempo e lo spazio che ci permette di affermare noi stessi, che ci fa discernere il bene dal male, che ci fa agire scelte consapevoli, che ci rende liberi ed autonomi e difficilmente influenzabili.

Quando penso alla cultura e al suo valore non posso non pensare e ricordare l’opera del grande Paulo Freire, noto pedagogista dei nostri tempi. Nato in Brasile nel 1921, si occupò prevalentemente di psicologia del linguaggio dedicando quasi tutta la sua vita ai dimenticati dalla società, agli ultimi, mettendo a punto un metodo per l’alfabetizzazione degli adulti, e fondando il movimento della pedagogia degli oppressi o pedagogia della parola.

Freire intende l’educazione come “pratica della libertà” , si rivolge agli straccioni nel mondo a tutti colori che “in essi si riconoscono ma soprattutto lottano con loro”, gli oppressi, cui rivolge la sua azione, vivono una forte contraddizione, da una parte subiscono l’oppressione, dall’altra temono la liberazione, la liberazione comporta prendersene responsabilità ed il rischio di affrontare una repressione ancora piu’ forte. Pertanto, gli oppressi fintanto che vivono nella paura della libertà rimangono nella loro condizione. 

La liberazione è un parto, l’uomo che ne nasce è un uomo nuovo, che diviene tale attraverso il superamento della contraddizione oppressi/oppressori. Gli oppressi superano questa condizione quando riconoscendosi oppressi lottano per liberarsi. Da questa azione nascerà la pedagogia dell’uomo, pedagogia degli uomini;  uomini che sono in un processo di continua liberazione. Anche gli oppressori facendo violenza,  negando agli altri di essere, non possono essere loro stessi, vivono essi stessi una condizione di oppressione. Pertanto gli oppressi liberandosi, liberano anche gli oppressori e dal superamento di questa contraddizione può davvero nascere l’uomo nuovo. Paulo Freire vede nella parola, lo strumento principe di questa battaglia, che condurrà gli oppressi ad affermare se stessi “alfabetizzare è coscientizzare”.

Il metodo messo a punto da Freire non insegna soltanto parole, ma permettere di dare alle parole una coscienza critica che a sua volta permette all’alfabetizzando di dire la sua parola. Così si esprime uno dei suoi oppressi liberati: «…mentre vivo non vedo, adesso però osservo come vivo». Questa è la coscienza, la capacità dell’uomo di prendere distanza dalle cose e renderle presenti a se stesse. 

Questo è il dono più prezioso che possiamo lasciare ai nostri figli: la cultura, quella vera, quella che permette di avere una visione critica su se stessi, sul mondo e sulla vita. 

a cura dott.ssa Silvia Schiano di Tunnariello
pedagogista, counselor relazionale, coordinatrice scuola ad indirizzo montessoriano


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