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Le emozioni nei primi anni di vita: come famiglia e scuola sostengono la crescita dei bambini?

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“Sarebbe bello parlare con i bambini che eravamo e chiedere loro cosa ne pensano degli adulti che siamo diventati”.

Non basta una vita per sciogliere il mistero della vita stessa perché fa parte dell’essere umano chiedersi da dove viene, farsi domande su quel misterioso spazio-tempo che viene prima della nascita …

È da zero a tre anni che si diventa qualcuno e che inizia la fase dei “perché”.

Come si fa a diventare grandi?, domanda semplice e complessa che ritroviamo nel libro così intitolato di Valentina Brioschi. L’autrice, mettendosi nei panni del bambino, fa delle domande agli adulti che si occupano di lui… «Potrà il mio gioco preferito diventare il mio lavoro quando sarò grande ?» , «Come farà il mio cuore a diventare elastico per farci entrare la mia famiglia, il mio cane, il mio gatto, la mia maestra … ?» e ancora «Come potranno i miei piedini lasciare delle orme nella storia ?»...

Quanto conta allora la prima infanzia?

Moltissimo. Nei primi anni di vita si formano le nostre mappe cognitive ed affettive.

Questo non significa doverci sentire in colpa, ma noi adulti siamo responsabili di ciò che accade ai bambini nel bene… ed anche nel male.

Quando veniamo al mondo non disponiamo di nessun codice per orientarci, percepiamo odori, sapori anche se non sappiamo distinguere se arrivano da dentro o da fuori di noi. Solo a poco a poco cominciamo a distinguere noi stessi dalle persone che ci circondano, sempre lentamente riconosciamo le sensazioni che saranno poi le nostre emozioni. In altre parole, cominciamo a costruirci delle mappe cognitive ed emotive che ci serviranno per registrare l’impressione che le cose del mondo suscitano in noi.

Ma come avviene tutto questo? I bambini segnalano la modalità con cui conoscono il mondo, ad esempio, attraverso i primi scarabocchi. Se quando li mostrano al genitore, questo risponderà: Adesso non ho tempo, dopo…”, il piccolo avrà l’impressione che ciò che fa o addirittura lui stesso non è degno di interesse.

Se consideriamo che l’identità che il bambino va costruendo in quei primi anni di vita è frutto del riconoscimento, di quella funzione riflessiva che si struttura tra lui e gli adulti che se ne occupano, è abbastanza conseguente che quell’imprinting può creare o meno la cosiddetta “fiducia di base”, quella che sarà l’autostima nel periodo successivo.

Perché il bambino ha così bisogno di fare domande? A sua insaputa sta cercando il nesso causale che lega una cosa a un’altra.

È stata questa la prima mossa che l’umanità ha compiuto per difendersi dall’imprevedibile che genera angoscia, la quale a sua volta paralizza pensiero e azione: se io conosco la causa di un certo vento ne prevedo l’effetto e la previsione mi sottrae all’angoscia dell’imprevedibile.

Un vento leggero accarezza il mare, si formano onde dall’increspatura sottile. Sono una barca ancorata in un porto sicuro”...

Se ai perché del bambino risponderemo “quando sarai grande…” anziché trovare nell’ascolto parole semplici che possano dare senso al suo esistere, allora il messaggio che rischiamo di inviare potrebbe essere di fretta o disattenzione. Il bambino in base ai messaggi che riceve costruisce ciò che vede e che sente. Per questo è importante ascoltare i bambini, quell’impronta emotiva dei primi anni resterà impressa per tutta la vita.

Il libro di Valentina Brioschi si chiude con queste parole che riprendo come riflessione conclusiva: “ … usa le tue manine per non mollare mai la presa e i tuoi occhi per vedere sempre al di là delle apparenze. Le orecchie tienile sempre aperte per ascoltare i consigli dei saggi. Ricorda che le parole, anche se non si vedono, hanno un potere immenso… non usarle mai per ferire nessuno”.

Una mano che lascia un’impronta, una voce che l’accompagna e una nuova vita che inizia.

a cura dott. ssa Licia Vasta
psicopedagogista e mediatrice familiare, counselor psicoanalitica, supervisore

 


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