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hoc habeo quodcunque dedi I benefici, VI, 22 “ho quel che ho donato”

bambini_felici6.jpgÈ sempre prezioso il tempo dedicato a spiegare alla società in cosa consista realmente il volontariato...

E quale sia la radice motivazionale che spinge ogni giorno in tutto il mondo tante persone a dedicare il proprio tempo a chi ne può trarre un beneficio. Senza chiedere nulla in cambio. Far comprendere il meccanismo complesso che muove l’esercito silenzioso dei volontari è una bella sfida, ma la collaborazione con il nostro Girotondo offre un’ottima occasione per tentare di raccontare la nostra storia, le nostre aspirazioni, i nostri obiettivi, accompagnando chi ci legge a scoprire chi si nasconde dietro alle persone che allestiscono stand in piazza, che attivano sportelli di ascolto nelle scuole, divulgano pubblicazioni a sostegno delle famiglie o assistono le persone disabili, gli anziani, o molto altro ancora.

Chi sono i volontari, e soprattutto, perché scelgono di non percepire un compenso in cambio delle loro prestazioni? Sfidano le condizioni climatiche avverse, rinunciano al beneficio economico, al tempo libero.

Se il nostro contesto socioambientale attuale viene costantemente delineato con i tratti allarmanti dell’iperattività, della mancanza di ascolto, dell’incapacità attentiva, nel senso autentico del non saper attendere che colpisce i bambini fin dall’età prescolare, come possano esistere persone che riescano a scovare nella propria vita degli spazi non vuoti, ma neutri, da destinare agli altri in forma assoluta?

Il dubbio sorge, ed è possibile essere attraversati dal pensiero che in realtà si sia portati a donare ciò che non possiede valore, come se il donare potesse nascondere il desiderio di liberarsi di qualcosa, o ancora un voler sopperire a una mancanza: l’anziano fa volontariato per liberarsi della solitudine, il giovane professionista opera gratuitamente per acquisire una professionalità ancora incerta.

È molto difficile affermare la propria competenza professionale offrendola gratuitamente, far comprendere che gratuito non vuol dire inutile o di scarsa qualità richiede un enorme investimento da parte di entrambe le parti, di chi dà e chi riceve.

Nella mia esperienza, che condivido con piacere su queste pagine, ho avuto modo di raccogliere impressioni e sensazioni provenienti da diversi contesti, da libera professionista, in qualità di medico scolastico nelle onlus romane, come pedagogista clinico nell’Istituto scolastico prenestino “Mameli” e infine come giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Roma. È molto interessante vedere come la percezione di un compenso cambi l’occhio di chi paga, influenzandone il giudizio.

Chi dona deve avere già piena consapevolezza di sé, non deve essere alla ricerca di consensi, e chi riceve deve poter avere la volontà di accettare senza pregiudizi l’aiuto offerto, fidandosi di sé e di ciò che vede, in autenticità. È un lancio nel vuoto senza rete, è un accesso profondo alla fiducia in se stessi e nell’altro, senza artefatti.

Per un professionista di aiuto l’attività gratuita è il momento di respiro da concedersi nella lunga sequenza temporale della libera professione, l’attimo di messa a fuoco del proprio operato, ed è questa la nostra spinta energetica.

Per quanto mi riguarda, poche cose sono in grado di offrirmi soddisfazione quanto il porgere aiuto alle famiglie, alle coppie, ai bambini, senza dover rintracciare dolorosamente nella voce dei più piccoli, spesso gravati da responsabilità inadeguate alla loro età, il peso economico che sentono di rappresentare sui grandi. Una libertà che non ha prezzo.

a cura dott.ssa Antonella Gazzellone
medico chirurgo, pedagogista clinico, esperta in scienze criminologico forens

 

 


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