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E' ora di andare dal dottore? come e quando scegliere il professionista in aiuto alla famiglia

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Quante volte, da bambini, abbiamo sentito pronunciare questa frase dalla mamma e dal papà, e la nostra immaginazione ci portava immediatamente a rievocare una situazione ben nota: lo studio del pediatra o del medico di famiglia.

Il sentore del disinfettante nell’aria, il lettino ricoperto di carta, il freddo del fonendoscopio a contatto con la pelle. E oggi, quante volte i nostri figli sentono pronunciare questa stessa frase dai genitori, ma cosa compare nei loro pensieri nell’ascoltarla? Penseranno che è ora di andare dal logopedista, o forse dal neuropsichiatra, o dal pediatra, o dal dentista.

Come sempre in questo spazio, cogliamo l’occasione per favorire una maggiore chiarezza situazionale nei grandi, partendo dalla confusione dei piccoli.

Nel momento storico attuale assistiamo a una diramazione sempre maggiore dei percorsi formativi nel campo dell’istruzione secondaria, anche in ambito sanitario. A questa diffusione rapida di figure sanitarie si accompagna anche una maggiore richiesta di aiuto da parte delle famiglie nella gestione e risoluzione delle difficoltà legate all’età evolutiva.

Disordini alimentari, disturbi dell’apprendimento, enuresi notturna, manifestazioni comportamentali ostili: i genitori chiedono un intervento tempestivo per far fronte ad un’esigenza sociale sempre più pressante legata all’efficienza costante, da garantire ad ogni costo. Ciò che un tempo poteva essere risolto dai consigli rassicuranti di una nonna o di un maestro saggio e paziente, viene oggi demandato alle tante figure professionali emergenti.

Ma la famiglia possiede realmente gli strumenti per orientarsi correttamente nella richiesta di aiuto, per saper scegliere l’ambito di pertinenza più adatto alle proprie esigenze? Come medico specialista in pedagogia clinica la mia attenzione è rivolta alla preservazione dell’autonomia delle persone e alla loro capacità di auto-risoluzione: ogni intervento superfluo costituisce un rischio per l’autonomia individuale e per l’affermazione di sé e delle proprie capacità, maggiormente in età evolutiva. Ad esempio, si registra una crescita costante nella richiesta di verifiche ed analisi dei disturbi specifici dell’apprendimento, e nei casi in cui si affianchino impropriamente ai bambini figure sanitarie di supporto, i danni all’autostima non possono essere trascurati. L’interrogativo da porsi è se la ricerca immediata dello specialista sia sempre necessario.

Come genitore, ricordo l’importanza di domandarsi sempre il perché di ciò che accade, insieme ai figli, per trovare gli strumenti utili alla comprensione dei segnali inviati dai più piccoli, ed essere in grado di individuare nel vasto panorama delle offerte di aiuto sanitario le più adatte. In primo luogo, consultando il pediatra o il medico di famiglia ed esponendo con chiarezza il sintomo del bambino.

Altrettanto importante e prezioso, è il contributo degli insegnanti, da ascoltare con interesse, senza scadere in facili allarmismi a sfondo neuropsichiatrico.

Escluse le patologie mediche, si potrà valutare l’opportunità di una terapia psicologica, nel caso di sintomi da curare nella sfera affettiva e comportamentale, e in tal caso è bene chiedere informazioni sull’indirizzo psicoterapeutico da seguire.

In tutti i casi in cui non sia presente una diagnosi di malattia, ma emerga una sofferenza nella persona, espressa all’ambiente circostante, di qualunque natura essa sia (negli apprendimenti, nella condotta, nell’espressività), l’approccio pedagogico clinico la potrà accompagnare nel percorso di esplorazione delle proprie risorse nascoste, che sono sempre tante e come i tesori più preziosi, richiedono un grande impegno per essere portati alla luce nei loro forzieri.

Ma i forzieri, una volta aperti, illumineranno una vita intera. E ne sarà valsa la pena.

a cura dott.ssa Antonella Gazzellone
medico chirurgo, pedagogista clinico, esperta in scienze criminologico forensi

 


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