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“mamma, piango perché...”

bambino_piange.jpgQuante volte una mamma si pone questo interrogativo, rapidamente seguito da un treno di domande: perché mio figlio piange? Cosa sta cercando di chiedermi? Sarò in grado di capirlo, di ascoltarlo, di soddisfare le sue richieste? 

I pensieri accelerano, spinti dal pianto del piccolo, mossi dall’urgenza di dare una risposta rapida ed efficace a una richiesta che tocca le corde più profonde della madre: la necessità di essere la persona che ha il dovere di soddisfare i bisogni primari del bambino. Oggi sono molto presenti anche i papà, fin dalla gestazione, dalla sala parto, dal primo bagnetto, ma è la mamma ad avere il ruolo biologico destinato alla sopravvivenza del nuovo nato e questo conferma come le convenzioni sociali, gli aggiustamenti che la società pone in atto per adeguarsi ai tanti cambiamenti evolutivi di cui siamo protagonisti, non possono superare un limite: l’ordine naturale delle cose.  

Nel momento di passaggio tra il buio e la luce, nell’attimo in cui viene al mondo, il bambino esprime le due istanze vitali primordiali: il pianto che apre i polmoni al respiro, e il riflesso di suzione, grazie al quale le ostetriche lo affidano tempestivamente alla mamma che avvia la danza dell’attaccamento.

In quell’attimo avviene l’incontro tra due persone che, pur avendo condiviso la vita battito a battito per nove mesi, non si sono mai guardati negli occhi: ora è arrivato il momento. Ma il tempo, soprattutto quando si è felice, trascorre in fretta, e il neonato da consolare con il latte di mamma lascia presto il passo a un infante che compie i primi passi incerti, a un bambino che indossa i primi grembiuli, ad un ragazzo che vuole decidere cosa indossare per andare a scuola. 

Il legame che si crea fin dai primi istanti successivi alla nascita sarà per sempre, e avrà un ruolo nella vita del piccolo, anche quando piccolo non sarà più, e l’alimentazione farà parte del linguaggio narrativo dell’esperienza di attaccamento con la madre.

L’appetito del neonato è la bilancia su cui la madre impara a tarare i bisogni del figlio: impara che spesso piange perché ha fame o sete, ma alcune volte piange per un malessere fisico o emotivo, e per questo lei impara a raffinare l’attenzione per poter decifrare il linguaggio del piccolo. 

Come tutti i segreti, mamma e piccolo godono dei privilegi dell’esclusività, ma ne subiscono anche gli oneri. Il rischio è per entrambi di protrarre per un tempo non adeguato un legame di dipendenza che per non dovrebbe oltrepassare i limiti dello svezzamento, durante il quale la “coppia mamma e figlio” andrà incontro a una nuova fase della crescita: la sperimentazione di nuovi sapori e consistenze, profumi e sensazioni che potranno essere accolti con entusiasmo da entrambi. 

Se la mamma riesce a superare l’ostacolo della competizione con modalità di nutrizione alternative al seno l’esperienza sarà funzionale per tutti e due e aprirà la strada ad un futuro positivo per il bambino. 

Il piccolo imparerà ad arricchire se stesso con nuove esperienze alimentari, e con buona probabilità diverrà un grande in equilibrio con le proprie esigenze di nutrizione, comprendendone anche la funzione sociale attraverso la convivialità.

“Quanto pesa una lacrima? Dipende: la lacrima di un bambino capriccioso pesa meno del vento, quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra.”   Gianni Rodari

a cura dott.ssa Antonella Gazzellone
medico chirurgo, pedagogista clinico, esperta in scienze criminologico forensi


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