Loading color scheme

cosa c’è dietro la parola più amata del mondo?

mamma_bimbo_13.jpgMamma in italiano, mummy in inglese, maman in francese, Mutti in tedesco, mama in spagnolo, mamo in polacco, mama in russo... Ma anche màma in cinese, mama in arabo, màm in indiano...

In tutte le lingue del mondo, insomma, la parola mamma si dice allo stesso modo. Idiomi lontanissimi tra loro, con origini totalmente diverse, hanno dunque un unico punto in comune proprio nel nominare la parola mamma. Come mai? Un proverbio ebraico recita “Dio non poteva essere dappertutto così ha creato le mamme”. E per farsi capire ovunque le ha chiamate tutte con lo stesso nome!

Primo e comune approdo al mondo, figura delicata e profondamente simbolica, sintesi di cura, di amore, di tenerezza, la mamma in realtà trae il suo nome dal naturale sviluppo linguistico del neonato, processo che i linguisti hanno studiato a fondo. Il suono ‘mamma’ ha un’origine legata all’inizio della vita e nasce da un rapporto indissolubile tra il neonato e sua madre e sembra anche essere una parola istintuale, presente in ogni essere umano, quasi fosse impressa nel DNA di ogni bambino cinese, americano, russo, francese o italiano.

Ogni bambino del mondo nei primi mesi di vita inizia a pronunciare le sillabe più attese da ogni genitore, quel balbettio “ma ma ma” e “pa pa pa” (o “ba”) con il quale in realtà esplora il mondo dei suoni. È un’attività che avviene nei momenti di benessere del neonato, il quale prova suoni e vocalizzi, li affina, ripete con evidente soddisfazione le sillabe che ha scoperto per caso, anche se non ha idea di quel che dice. La vocale che pronuncia per prima è la “a”, la più facile. Le prime consonanti sono quelle nasali: “m” e “n”. I primi suoni labiali sono invece “b”, “p”, “d”, “v”, “t”, consonanti pronunciate in tutte le comunità linguistiche da tutti i bambini del mondo, a prescindere dalla lingua che poi parleranno, perché sono facili: per emetterle, infatti, si usano le labbra.

Si tratta di un processo universale, le prime articolazioni fonetiche della fase della lallazione, alle quali i genitori danno significato rafforzando questi suoni, ripetendoli.

Grazie a queste continue stimolazioni, il bambino arriva a pronunciare correttamente questa parola.

Mamma, quindi, sarebbe il risultato dei primi suoni del bambino e del rinforzo che su di essi viene esercitato dal genitore. È l’adulto, in altre parole, a dare valore semantico a tali suoni, restituendo al bambino una parola carica di significato, che resterà sempre la sua prima, tanto amata parola di vita.

a cura di Cristiana Chiapparelli
magic teacher Hocus & Lotus, esperta in glottodidattica infantile

un grande cambiamento nella didattica delle lingue: dalla linguistica alla psicolinguistica

bimbi_stranieri_02.jpg

Nell’insegnamento delle lingue la linguistica è sempre stato il punto di riferimento teorico su cui basarsi per impostare l’insegnamento stesso.

Il metodo più diffuso in ambito scolastico per insegnare una nuova lingua è sempre stato quello della grammatica e della versione/traduzione, molto utilizzato per le lingue antiche come il greco e il latino, altrimenti dette lingue morte. Questo metodo doveva stimolare nei giovani il ragionamento logico per prepararli allo studio della filosofia. In seguito, in mancanza di altre modalità d’insegnamento, il metodo della grammatica e della versione/traduzione è stato utilizzato anche per insegnare le lingue moderne, che sono però delle lingue vive, che servono alla comunicazione. Lo scopo dell’insegnamento delle lingue, quindi, non è più quello di abituare al ragionamento e alla logica, ma è comunicativo. E il metodo della grammatica e della versione/traduzione si è rivelato catastrofico per l’apprendimento comunicativo delle lingue moderne.

Dalla seconda guerra mondiale è cominciata una costante ricerca di metodi di insegnamento delle lingue. Questi però avevano alle spalle il concetto della lingua come qualcosa di statico, che va studiata nella grammatica da sapere alla perfezione prima di iniziare ad esprimersi. Sono nati libri pieni di regole grammaticali, di modi di dire, espressioni tipiche da studiare a memoria con la speranza che gli studenti, un giorno, quando ne avessero avuto bisogno, magari in un viaggio all’estero, sarebbero stati in grado di riprodurli.

In ristretti ambiti di ricerca si è cominciato a capire che il fulcro dell’apprendimento di una nuova lingua non sta nella lingua oggetto di studio, ma nel processo mentale e relazionale di apprendimento. Questo ha portato a un importante cambiamento: dall’oggetto di studio, la lingua X, al processo mentale di acquisizione di una lingua. Quindi dalla linguistica si è passati alla psicolinguistica: non è più necessario conoscere bene la lingua X, ma per mettere in moto processi mentali occorrono attività che stimolino l’attivazione cerebrale.

Un esempio. Per imparare ad andare in bicicletta posso studiare tutti i pezzi che la compongono, leggere tutti i manuali tecnici su come stare in equilibrio e come muovere i piedi per pedalare, ma poi imparerò ad andare in bici solo ed esclusivamente quando salirò sulla bici, qualcuno mi sosterrà per i primi giorni sudando e correndo dietro di me senza mollare il sellino... finché troverò l’equilibrio, guarderò avanti e non i miei piedi e finalmente comincerò a pedalare da sola! Ci vuole esercizio pratico!

Questo è il metodo di apprendimento percettivo – motorio, che avviene in modo inconsapevole e senza sforzo ma ha bisogno della pratica. Quello che apprendo, per esempio andare in bici, viene immagazzinato nella memoria implicita e viene usato automaticamente all’occorrenza. Il metodo percettivo – motorio è fondamentale per l’apprendimento di una lingua, per creare quelle competenze implicite della lingua che poi saranno utilizzate al momento opportuno per parlare nel mondo reale.

La psicolinguistica, quindi, sviluppa una metodologia di apprendimento delle lingue che tiene conto dei processi mentali. La linguistica entrerà in gioco in seguito, e sarà utile per ragionare e riflettere sulla mia produzione linguistica, sulle regole grammaticali e sintattiche. Non è stato forse così per la nostra lingua madre? Abbiamo parlato e parlato fino a 6 anni e poi con la scuola primaria abbiamo imparato a scrivere correttamente quello che già sapevamo dire... L’apprendimento di una lingua straniera quindi ricalca il processo di apprendimento della lingua madre: prima la pratica poi la teoria. Salgo sulla bicicletta, non imparo a memoria il libretto delle istruzioni...!

a cura di Cristiana Chiapparelli magic teacher Hocus & Lotus, esperta in glottodidattica infantile 

Storytelling: leggere ad alta voce per imparare l’inglese

mamma_bimbo_11.jpgLeggere ad alta voce è importante per lo sviluppo del linguaggio del bambino, e questo è maggiormente vero nel caso dell’apprendimento di una seconda lingua...

Nel linguaggio di ogni giorno usiamo in genere sempre gli stessi vocaboli, la lettura quindi è uno strumento potente per arricchire il vocabolario dei bambini.

Un altro aspetto da non sottovalutare quando si parla di lettura ad alta voce è il beneficio emotivo e psicologico che ne può trarre il bambino.

Il momento della lettura poi è un momento intimo tra genitore e bambino, un momento condiviso in cui dalla storia letta si sviluppa l’interazione e la condivisione di fatti ma anche di sensazioni. La storia accende nuove idee nella mente del bambino, il racconto letto viene traslato nella sua piccola realtà e diventa parte della sua esperienza vissuta.

La lettura inoltre invita alla calma, alla tranquillità, stimola l’attenzione del bambino e se questo lo esercitiamo tra le mura domestiche, se diventa una abitudine familiare, tanti sono i benefici che i bambini portano con loro quando escono di casa, in primis a scuola o in un incontro di lettura ad alta voce!

Se tutto questo è vero per la nostra lingua madre, lo è ancora di più quando parliamo di storytelling in lingua inglese. Il processo che si innesca è lo stesso, è diversa la difficoltà della storia che leggiamo e il linguaggio utilizzato perché diversa è la conoscenza di base della prima e della seconda lingua. Ma i benefici non cambiano, anzi!

La cosa da non dimenticare è l’abitudine a leggere per i nostri figli, anche quando ormai hanno imparato a farlo da soli. Se poi abbiamo introdotto l’inglese nella vita del bambino, inteso non come materia scolastica ma come lingua finalizzata alla comunicazione, a maggior ragione condividere la lettura di un testo semplice in inglese ha una valenza fondamentale per il bambino.

Lo storytelling diventa un momento di apprendimento per i bambini, un’opportunità per trasformare una materia scolastica in un percorso, in un gioco, in passione, in curiosità, e uno strumento per avvicinare bambini e genitori alla lettura in lingua: uno stimolo per il bambino perché scoprirà che i libri in inglese possono diventare un “gioco” divertente e piacevole da condividere a scuola, in casa e fuori; e uno stimolo per i genitori perché così avranno l’occasione di fermarsi un momento, mettersi in gioco, condividere una lettura in lingua con i propri figli, ripassare il proprio inglese o cominciare a impararlo insieme!

a cura di Cristiana Chiapparelli
magic teacher Hocus & Lotus, esperta in glottodidattica infantile

Una vacanza in famiglia per sperimentare una settimana da irlandesi...

bambini_bosco.jpgCon un volo per Dublino è iniziata la nostra avventura estiva irlandese e dall’aeroporto, io e le mie bambine di 5 e 7 anni, siamo arrivate a Bray...

Bray è una cittadina a 20km a sud della capitale, con una meravigliosa passeggiata sull’oceano tra la scogliera a strapiombo sull’oceano e un sentiero immerso nel verde!

Quest’anno invece di ospitare una ragazza americana abbiamo deciso di fare il contrario, partire e immergerci nella cultura irlandese e nella lingua inglese. Siamo stati ospiti in una selezionata famiglia di Bray con due bambini.

Avevamo la nostra stanza e condividevamo il loro bagno in una casa a due piani con un giardino attrezzato per bambini con casetta di legno, altalena, tappeto elastico e naturalmente un cagnolino!

La mattina, dopo la colazione tutti insieme, salutavamo la famiglia e accompagnavo le bambine al summer camp, in città ce ne sono di tutti i tipi! Con lo zaino in spalla ci dirigevamo alla fermata dell’autobus, puntuali, perché gli orari sono rispettati al secondo! Rigorosamente sedute al primo posto, al piano superiore, dei tipici autobus inglesi a due piani, scendevamo dopo poche fermate sulla Main Street e camminavamo verso il centro estivo che Sofia e Greta hanno frequentato per una settimana. Erano le uniche due italiane del gruppo di 15 bambini della loro età, dove tutti i giorni fino alle 14 si sono divertite tra ballo e sport, attività artistiche e manuali, la piscina.

Non è stato facile capirsi, ma attraverso il gioco e la comunicazione non verbale (Greta usava molto i gesti!) l’inserimento e l’adattamento sono scivolati in modo naturale come solo i bambini riescono a fare! Io mi gustavo la mattinata alla scoperta della città tra natura e shopping, passeggiate e visite nelle maestose e frequentatissime biblioteche di Bray e dei paesi vicini e alla scoperta di luoghi testimoni di piccoli sprazzi di vita di James Joyce, Oscar Wilde, Samuel Beckett,

George Bernard Show... Dopo il Camp tante diverse attività: un incontro con tutte le famiglie ospiti e ospitanti, la caccia al tesoro per le strade di Bray, una bellissima passeggiata ai giardini di Killrudery e al parco avventura, la visita a Dublino sull’autobus dei vichinghi, uno spettacolo di danze irlandesi fatto da bambini che poi ci hanno insegnato uno dei loro balli tipici, una passeggiata ai Powerscourt Gardens, meravigliosi giardini che occupano il terzo posto nella classifica del National Geographic dei dieci giardino più belli del mondo!

E poi una visita all’acquario, qualche ora al parco giochi lungo la passeggiata sull’oceano, un gelato con marshmallow o palline di cioccolato colorato nei chioschetti sparsi sui prati che costeggiano la passeggiata!

Alle 17 tutti a casa!! Le bambine giocavano insieme, mentre io facevo una piacevole chiacchierata con la signora e poi si preparava la cena e si cenava tutti insieme!

Le mie figlie hanno fatto amicizia con tanti bambini e con le insegnanti, hanno imparato tante attività e praticato l’inglese cercando di farsi capire nelle loro richieste e cercando di capire le attività da portare avanti, sono state in contatto con altre abitudine e con una cultura diversa, stupite dal pranzo al sacco dei bambini irlandesi: panino farcitissimo, un frutto, un pacchettino di patatine ai gusti più strani, una barretta ai cereali!

Interessante osservare i bambini giocare... quando riuscivo a non farmi vedere, e quindi loro giocavano disinvolti e senza inibizioni, ero testimone di interessanti scambi, di scenette divertenti tra loro per riuscire a giocare insieme e capirsi! La comunicazione e davvero qualcosa di stupefacente e l’ingenuità, la naturalezza, la disinvoltura dei bambini che non vedono ostacoli e difficoltà linguistiche ma solo voglia di giocare e divertirsi mi hanno fatto commuovere più di una volta, commozione mista a stupore, emozione mista a divertimento… da ripetere, da proporre!

a cura di Cristiana Chiapparelli
magic teacher Hocus & Lotus, esperta in glottodidattica infantile

La relazione affettiva: l’ingrediente principale per apprendere e comunicare

bambini_gioco_14.jpgImparare a parlare significa imparare a comprendere e a produrre. Il nostro parlare è realizzato e modulato in funzione dell’interlocutore che abbiamo difronte.

Infatti quando parliamo a bambini molto piccoli il nostro linguaggio è semplificato perché altrimenti il bambino non ci capirebbe e noi avremmo fallito il nostro scopo comunicativo. Imparare a parlare, quindi, è un’abilità che va vista in funzione delle abilità di comprensione di chi ho difronte.

Nel caso di due lingue, l’interlocutore che ho davanti mi permette di scegliere il codice linguistico da utilizzare per avviare la nostra comunicazione.

Quanto è importante quindi un interlocutore per imparare a parlare? Tablet, tv, video giochi, app in lingua non bastano ad avviare il processo di apprendimento di una lingua, che sia lingua madre o lingua straniera. La differenza la fa il rapporto affettivo che si crea con la persona che veicola quella lingua.

In classe, per stimolare il desiderio di comunicare tra insegnante e alunno deve esserci un’interazione di affetto che si ottiene all’interno di un buon rapporto comunicativo. Per poter comunicare positivamente insegnante e alunno devono cominciare a conoscersi, mettersi in relazione di reciproca percezione, attraverso l’intersoggettività, che avviene, tra persone vedenti, grazie allo sguardo.

Io ti guardo, tu mi guardi, e in questo modo entriamo in contatto e diventiamo consapevoli della nostra reciproca esistenza. È questa la base del vivere sociale. Nella misura in cui entriamo in contatto, cominciamo a volerci bene… nasce l’affetto.

Una strategia efficace per realizzare la buona comunicazione in classe si ha disponendo i bambini in cerchio e guardando negli occhi ognuno di loro per un momento in sequenza.

Da anni vengono introdotte nelle scuole metodologie didattiche che includono tutti gli studenti e quella del “Circle Time” è una di queste.

La strategia comunicativa utilizzata grazie al cerchio crea un rapporto alla pari: stando in cerchio tutti possono vedere tutti. Il cerchio rende possibile il contatto visivo tra l’insegnante e gli alunni, in sequenza, ma anche tra gli alunni stessi. E il contatto visivo, che rimanda il messaggio “tu per me esisti”, genera un legame affettivo perché coinvolge i sensi e porta con sé dei sentimenti. La magia dell’amore è il contatto che presto si trasforma in complicità, in rapporto, in amicizia. Ed è per questo che una buona comunicazione è sinonimo di affetto.

Pensiamo a quanto sia vero tutto ciò nel legame mamma-neonato, e quanto può essere vero in classe con l’insegnante... Quanto può essere efficace sviluppare in classe questo tipo di comunicazione non verbale, ma attraverso lo sguardo tra insegnante e bambini, per apprendere una lingua straniera?

Se riusciamo a creare un contesto in lingua, ad attuare i principi della buona comunicazione, primo fra tutti la relazione affettiva, e magari a condividere un’attività all’interno del gruppo/cerchio, il bambino trova qui lo stimolo a imparare e parlare la lingua del suo interlocutore/insegnante, perché vuole comunicare con lui. È la relazione umana e affettiva...

a cura di Cristiana Chiapparelli
magic teacher Hocus & Lotus, esperta in glottodidattica infantile

 

Programmiamo adesso la nostra estate in... lingua

fiori.jpg

La primavera è il momento ideale per fare programmi estivi sia per i bambini che per la famiglia. L’estate è un ottimo momento per imparare giocando e divertendosi e, cercando di unire l’utile al dilettevole...

Sempre più spesso le nostre ricerche di genitori buttano un occhio verso i centri estivi in lingua per offrire ai nostri bambini una possibilità in più per imparare facendo. La tecnica di apprendimento, infatti, più usata nei Summer Camp è quella del learning by doing, tante attività pratiche da fare insieme, in lingua, con tutors e camp councelor (animatori) parlanti solo la lingua straniera (è bene sempre accertarsi di questo aspetto)! Ottimo, perché il bambino si trova costretto a esprimersi nella lingua del suo tutor se vuole comunicare con lui, fa pratica e si avvicina a una nuova cultura!

Una soluzione diversa, senz’altro più efficace dal punto di vista linguistico, che coinvolge tutta la famiglia, con un dispendio economico naturalmente più elevato ma da considerare una vera e propria vacanza, sono i Summer Camp all’estero.

Mentre i bambini frequentano il camp di mattina, nel nordamerica per esempio ce ne sono per ogni attività e disciplina, i genitori possono approfittare per un loro corso di inglese o per fare i turisti in tranquillità!

Dal punto di vista linguistico queste soluzioni sono ottime per chi vive contatti quotidiani con la lingua, segue corsi durante l’anno, fa attività di inglese in famiglia. Per chi studia inglese solo a scuola sarà senza dubbio un’esperienza stimolante per conoscere coetanei stranieri, le loro usanze e abitudini e tornare con più entusiasmo per lo studio della lingua!

Per ragazzi dai 12 anni in su si ha una vasta offerta, ma cercando bene ci sono realtà che organizzano brevi viaggi familiari a partire dall’età del nido. Si viene ospitati in una famiglia con bambini, la mattina i bambini frequentano il camp, il pomeriggio ci sono varie attività ricreative e alle 17 tutti a casa per vivere in famiglia!

Altra soluzione è quella di ospitare in casa una aupair, una ragazza straniera che in cambio di vitto, alloggio e una piccola paga settimanale si prende cura dei bambini, aiuta nei facili compiti domestici e vive la vita in famiglia! Dal punto di vista linguistico il beneficio è molto elevato, oltre a essere un’esperienza educativa a livello culturale e personale.

Chi vuole investire sulle lingue e approfittare dell’estate ha una vasta scelta e la tecnologia di oggi ci facilita molto nel trovare strutture e istituzioni adeguate per ogni necessità! Se volete consigli potete contattarmi!

a cura di Cristiana Chiapparelli
magic teacher Hocus & Lotus, esperta in glottodidattica infant

 

Apprendimento delle lingue, bambini e tv...

bambine_neve.jpgLa televisione sembra fare tanta paura ai genitori, ma può essere utilizzata anche a fin di bene, per imparare, per esempio! Possiamo, ad esempio selezionare la lingua dei programmi, possiamo scegliere canali o cartoni animati in lingua e potenziare così la loro e la nostra conoscenza.

Alla base di un apprendimento efficace di una lingua straniera ci sono tre fattori, l’età, il tempo e la full immersion: prima s’inizia con l’esposizione a una seconda lingua migliori saranno i risultati; l’esposizione dovrebbe essere quotidiana e fatta di un immersione totale nella seconda lingua senza passare per la traduzione.

Proprio quest’ultimo è il fattore principale da rispettare: guardare un programma TV unicamente nella seconda lingua. Si sono velocemente moltiplicati i programmi che sostengono di insegnare le lingue straniere, soprattutto l’inglese, ai bambini. Quei cartoni animati che mescolano le due lingue sono poco o per niente efficaci, sia perché il cervello, che per motivi fisiologici tende a risparmiare energia, afferrerà i concetti nella lingua che conosce meglio trascurando l’altra, sia perché la comprensione in questo caso passa per la traduzione, metodologia considerata inefficace per un buon apprendimento delle lingue, perché innaturale, costruito, consapevole. Ci sono poi programmi che propongono lo stesso contenuto in italiano e poi in inglese. Anche in questo caso si tratta di traduzione, con un’aggravante: se ho già perfettamente compreso il contenuto nella mia lingua madre, perché ora dovrei concentrarmi a comprenderlo in una lingua che appena conosco? A che mi serve, dice il cervello?

E’ necessaria quindi la full immersion. La maggior parte delle famiglie hanno oggi televisori dotati di apparecchi che consentono la visione di programmi in lingua originale, o di lettori dvd che permettono di selezionare la lingua. E non pensiamo che i nostri figli non comprendano. Più sono piccoli più accettano il fatto che i dvd siano solo in lingua. Se sono bambini più grandi, dobbiamo trovare una motivazione accettabile, sicuramente quella che coinvolge la sfera emotiva e affettiva, per esempio evidenziare il valore affettivo di un dvd che ci è stato regalato da qualcuno cui teniamo. Il nostro entusiasmo e il nostro interesse saranno anche i loro, perché nonostante tutto i nostri figli si fidano di noi! Quella della televisione in lingua è solo un aiuto per l’apprendimento di una lingua, che si impara davvero se veicolata da un’altra persona, perché l’aspetto affettivo, il legame con una persona è ciò che stimola la voglia di comunicare!

a cura dott.ssa Cristiana Chiapparelli
giornalista, direttore responsabile Girotondo

 

Scuole bilingui:chiarimenti e consigli, scegliere la scuola

bimbo_che_legge.jpgIn Italia solo il 35% dei giovani sostiene di avere un buon livello di inglese, in Svezia sono il 77% e in Germania il 67%.

È forse questo il motivo per cui sempre più genitori, oltre a corsi di lingua, viaggi all’estero e baby sitter straniere, vanno alla ricerca di un’offerta formativa più aperta alle lingue straniere e negli ultimi anni sono nate scuole e asili internazionali o bilingui. Ma cosa significa “scuola internazionale” e “scuola bilingue”? Siccome non esiste una definizione normativa in merito dobbiamo fare molta attenzione ai programmi didattici offerti.

Parliamo delle scuole bilingui ormai tanto di moda, anche per i nidi, che devono parte del loro successo all’incapacità della scuola pubblica di insegnare le lingue straniere. La scuola bilingue è una scuola, privata o paritaria, che di base segue il programma ministeriale italiano, ha docenti madrelingua o almeno “near native speakers”, la lingua straniera (in genere l’inglese) è molto più presente che nella scuola pubblica. E qui bisogna tenere gli occhi aperti perché molto “più presente” non può significare un’ora di inglese al giorno per classe oppure solo 4 ore settimanali in più in inglese rispetto una scuola pubblica. Bisogna dedicare all’altra lingua e alle materie in lingua circa lo stesso monte ore di lezione dell’italiano e l’intera lezione deve svolgersi in lingua. È bene quindi chiedere informazioni dettagliate sulla quantità di ore DI inglese e IN inglese per i vari anni scolastici e su tutti gli aspetti.

Una scuola bilingue seria richiede il tempo pieno e i materiali didattici sono quasi il doppio rispetto alla scuola monolingue. Nel modello bilingue il bambino potrà studiare alcune materie sia in inglese che in italiano oppure alcune in inglese e altre in italiano, oppure farà in inglese attività solitamente extracurriculari come musica, teatro o scrittura creativa. Questo sistema non solo favorisce e sviluppa la capacità di apprendimento di due lingue ma anche l’ampliamento dei propri orizzonti mentali e l’apprezzamento per altre culture.

Il modello didattico sarà quello “comunicativo” o “a immersione”. I docenti madrelingua non traducono da una lingua all’altra ma si esprimono direttamente e unicamente in inglese. Senza chiedersi se il bambino sia pronto o meno perché l’approccio di insegnamento della seconda lingua è lo stesso che per la lingua madre. Avete forse aspettato a parlare a e con vostro figlio perché alla nascita era troppo piccolo e non vi avrebbe capiti…..????? Quindi prima si inizia e meglio è!

Poiché quello delle scuole bilingui è un fenomeno nuovo, un errore da non fare è quello di ritenere che siano tutte eguali. Inoltre, poiché attraggono perlopiù famiglie italiane, la conseguenza è che il programma bilingue si inserisce in un contesto monolingue. Ne consegue che, se non accompagnato da un percorso famigliare e da appositi rinforzi, il bilinguismo cui si giunge è un bilinguismo artificioso: l’altra lingua rimane ‘una materia’.

Non è quindi automatico e scontato che le scuole bilingui sfornino bambini bilingui ma, per arrivare a un bilinguismo bilanciato, è necessario supportare il bambino in questo cammino con altri strumenti: dai summer camp in inglese o all’estero alle ragazze alla pari.

Quando si scelgono queste scuole quindi il genitore ha il dovere, oltre che l’occasione, di studiare, migliorare o approfondire quella lingua che si sceglie e quella cultura, per seguire il figlio linguisticamente e culturalmente.

Occorre infine tenere presente che ci sarà una fase ‘silente’, cioè quella in cui la lingua straniera viene vissuta passivamente e il genitore ansioso, non vedendo risultati immediati, si chiederà se vale la pena fare questo investimento nell’istruzione. Tranquilli: la lingua straniera, specie se introdotta dopo i 3 anni (o addirittura più tardi), ci mette un po’ a ‘sbocciare’. Non è forse così anche per la prima lingua?

Il neonato non vive in un mondo di silenzio ma, sin dalla nascita, vive in un mondo di parole: eppure ci metterà tra i nove mesi e i due anni prima di riuscire a riprodurre le prime rudimentali parole…quindi l’indicazione per i genitori è non giudicate i vostri figli, ma incitateli e accompagnateli!

a cura di Cristiana Chiapparelli
esperta in glottodidattica infantile

Natura, biodiversità e latitudini... cosa mangiano i bambini di altri paesi?

bambini_cibo_02.jpgLo svezzamento è un momento delicato e importante nella crescita del bambino e nel mondo ogni bimbo viene nutrito e svezzato in modo diverso. Alcune mamme italiane che vivono fuori dall’Italia ci raccontano i particolari.

In Francia lo svezzamento comincia a sei mesi con qualche cucchiaio di verdura cotta al vapore. Le mamme inseriscono nella pappa da 6 fino a 12 verdire diverse. I bebè sperimentano subito un buon numero di ortaggi e si abituano alla varietà. A 8 mesi si introduce carne bianca; l’uovo e il latte di mucca sono sconsigliati prima dell’anno.

Anche lo svezzamento tedesco inizia dalla verdura, con il brodino che poi diventa un passato. Il primo ortaggio è quasi sempre la carota, seguono patate e altre verdure. Formaggi e uova sono vietati fino ai 12 mesi, alla faccia della nostra pappa con il parmigiano!

Fuori dall’Europa abbiamo usanze e tradizioni diverse. In Marocco lo svezzamento inizia con datteri schiacciati con miele e semi di sesamo. Se il bimbo ha le coliche si da una tisana di camomilla o origano. In Africa settentrionale si prepara una pappa di cereali: farina di grano, acqua, un cucchiaino di zucchero.

Nell’Africa subsahariana lo svezzamento avviene prima possibile perché il latte materno non sembra sufficiente. La pappa è preparata con miglio, mais, sorgo e tapioca. I bebé africani mangiano anche polenta bianca, pochissima carne e poco pesce, che compaiono solo nei giorni speciali (il pesce viene fatto seccare, quindi non è indicato per i piccoli). Anche se già svezzati, le mamme africane offrono il seno al piccolo quando piange, creano un momento di conforto che lo calma (a quanto pare il ciuccio non è un’alternativa altrettanto potente), e infatti i bambini africani non piangono mai…

In Cina le mamme svezzano i piccoli preparando riso molto cotto con il tuorlo dell’uovo cucinato a vapore con olio di sesamo. Lo svezzamento indiano avviene con riso e dahl, un buonissimo piatto a base di lenticchie. Anche in Giappone una cremina di riso è la base delle pappe. Le mamme giapponesi introducono il tofu e i derivati della soia molto presto, in seguito il pesce. Immancabili brodini di pollo, anche con alghe. Le nostre mamme che vivono in Asia riportano la mancanza di regole rigide riguardo lo svezzamento. Siamo forse noi troppo rigorosi?

Negli Stati Uniti invece lo svezzamento inizia a 4 mesi con qualcosa di solido nella dieta: un cucchiaino di frutta o verdura omogeneizzata con l’aggiunta di avena o riso.

Fino al 6° mese il latte rimane l’alimento principe, ma già a 5 mesi il bimbo mangia un barattolino di omogeneizzato al giorno.

Le mamme made in USA si affidano ai supermercati per sfamare i loro piccoli. Il cibo per bambini nei supermercati è differenziato in 3 fasce: fascia 1, per bambini che non riescono a stare seduti da soli, alimento singolo, vegetale; fascia 2, per bambini che stanno seduti da soli, verdure e frutta miste con carne e pesce; fascia 3, per bambini che gattonano, cibo a pezzetti, riso, cereali e carne.

In Sud America le prime pappe diventano più dolci. In Ecuador la farina con il platano viene cotta nel latte con zucchero e cannella.

In Argentina le prime pappe sono quinoa e banana o purè di patate dolci o zucca lessa schiacciata.

L’uovo non è considerato alimento a rischio mentre la carne non viene somministrata prima dell’anno di età: non esistono infatti gli omogeneizzati di carne.

Dagli 8 mesi in poi si segue solitamente una dieta libera. In Perù si svezza con il tuorlo d’uovo e con una particolare banana arancione molto nutriente. Nel nord del Brasile, la pappa più usata è quella della banana comprida schiacciata con il latte.

 

a cura dott.ssa Cristiana Chiapparelli
giornalista, direttore responsabile Girotondo

 

La vera storia dell’albero di Natale

Natale2014-bambina01L'immagine dell'albero (specialmente sempreverde) come simbolo del rinnovarsi della vita è un tradizionale tema pagano, presente sia nel mondo antico che medioevale e, probabilmente, in seguito assimilato dal Cristianesimo.
La derivazione dell'uso moderno da queste tradizioni, tuttavia, non è stato provato con certezza. Sicuramente esso risale almeno alla Germania del XVI secolo. Ingeborg Weber-Keller (professore di etnologia a Marburgo) ha dentificato, fra i primi riferimenti storici alla tradizione, una cronaca di Brema del 1570, secondo cui un albero veniva decorato con mele, noci, datteri e fiori di carta. La città di Riga è fra quelle che si proclamano sedi del primo albero di Natale della storia (vi si trova una targa scritta in otto lingue, secondo cui il "primo albero di capodanno" fu addobbato nella città nel 1510). Precedentemente a questa prima apparizione "ufficiale" dell'albero di natale si può però trovare anche un gioco religioso medioevale celebrato proprio in Germania il 24 dicembre, il "gioco di Adamo e di Eva" (Adam und Eva Spiele), in cui venivano riempite le piazze e le chiese di alberi di frutta e simboli dell'abbondanza per ricreare l'immagine del Paradiso. Successivamente gli alberi da frutto vennero sostituiti da abeti poiché questi ultimi avevano una profonda valenza "magica" per il popolo. Avevano specialmente il dono di essere sempreverdi, dono che secondo la tradizione gli venne dato proprio dallo stesso Gesù come ringraziamento per averlo protetto mentre era inseguito da nemici. Non a caso, sempre in Germania, l'abete era anche il posto in cui venivano posati i bambini portati dalla cicogna!
L'usanza, originariamente intesa come legata alla vita pubblica, entrò nelle case nel XVII secolo e agli inizi del secolo successivo era già pratica comune in tutte le città della Renania. L'uso di candele per addobbare i rami dell'albero è attestato già nel XVIII secolo.
Per molto tempo, la tradizione dell'albero di Natale rimase tipica delle regioni a nord del Reno. I cattolici la consideravano un uso protestante.
Furono gli ufficiali prussiani, dopo il Congresso di Vienna, a contribuire alla sua diffusione negli anni successivi. A Vienna l'albero di Natale apparve nel 1816, per volere della principessa Henrietta von Nassau-Weilburg, e in Francia nel 1840, introdotto dalla duchessa di Orléans.
A tutt'oggi, la tradizione dell'albero di Natale, così come molte altre tradizioni natalizie correlate, è sentita in modo particolare nell'Europa di lingua tedesca (si veda per esempio l'usanza dei mercatini di Natale), sebbene sia ormai universalmente accettata anche nel mondo cattolico (che spesso lo affianca al tradizionale presepe).
A riprova di questo sta anche la tradizione, introdotta durante il pontificato di Giovanni Paolo II, di allestire un grande albero di Natale nel luogo cuore del cattolicesimo mondiale, piazza san Pietro a Roma.

a cura di Francesca Cristofari
insegnante scuola primaria

Compiti per le vacanze fra Italia, Germania e Giappone

bambiniUna coppia giappo-altoatesina, che oggi vive in Italia, ci racconta la loro esperienza di alunni alle prese con i compiti per le vacanze: giapponese lei, italiano lui con mamma tedesca e papà italiano.

In Giappone la scuola primaria comprende i bambini da sei a dodici anni. L'anno scolastico inizia il primo aprile e finisce il 31 marzo, il calendario è scandito da tre momenti di pausa: le ferie invernali, quelle primaverili e quelle estive che sono le più lunghe, dal 21 luglio al 31 agosto. La quantità maggiore di compiti da svolgere a casa si concentra soprattutto in questo periodo.
Noriko ha frequentato la scuola primaria negli anni '80 e ricorda bene i lavori che le venivano assegnati per le vacanze: un diario estivo di dieci giornate su un quaderno apposito con uno spazio per scrivere e uno per disegnare; una tesina su un tema scientifico a piacere, per esempio sugli insetti o sulla costruzione di una casetta per gli uccelli; un quaderno di esercizi su tutte le materie come ripasso; un esercizio di quaranta pagine di memorizzazione di ideogrammi; la lettura di due, quattro libri e la relazione su quello più apprezzato.

I compiti erano funzionali a stimolare  soprattutto i bambini delle classi più povere che, non potendo fare altre attività, rischiavano di rimanere davanti alla TV o ai videogiochi gran parte del giorno vista l'assenza dei genitori per lavoro.
Inoltre il quartiere, in collaborazione con la scuola, organizzava per gli alunni un appuntamento quotidiano al tempio alle sei del mattino per far svolgere attività fisica, le lezioni di 15 minuti circa erano tenute dagli alunni di dodici anni. Tale attività serviva come controllo sociale e per allenare la disciplina sin da piccoli.
Noriko faceva fatica ad organizzare i compiti e li svolgeva tutti negli ultimi giorni di vacanza, i genitori non la aiutavano e non interferivano nelle sue decisioni per non limitarne l'autonomia. Tutti gli elaborati dovevano essere consegnati il primo giorno di scuola.
Noriko oggi è mamma e considerando i tre mesi estivi del calendario italiano non ha perplessità: per lei sono sufficienti due settimane di pausa e di riposo, dopodiché la mente del bambino va sollecitata. Lei si rende anche conto che gli stimoli dati dalla famiglia non sono sempre esaustivi e che l'apprendimento dei bambini è favorito anche da un gruppo nel quale relazionarsi.

In Alto-Adige ci sono scuole tedesche e italiane che seguono il calendario nazionale, le uniche differenze consistono nell'inizio delle lezioni i primi giorni di settembre, la conclusione a metà di giugno e una settimana di vacanze invernali.
Enrico proviene da una famiglia mistilingue, padre italiano e madre tedesca, e negli anni '80 ha frequentato la scuola primaria tedesca (Grundschule). I compiti per le vacanze venivano assegnati  solo nei tre mesi estivi: quindici temi su resoconti di giornate in tedesco; dieci temi su resoconti di giornate in italiano; un fascicolo di quattro, cinque pagine di esercizi di matematica; la lettura di un libro di narrativa; una ricerca di scienze su un tema a piacere.
Enrico svolgeva i compiti nelle ultime due, tre settimane di vacanze sollecitato dai genitori.
Oggi Enrico padre è a favore dei compiti estivi o meglio ritiene che interrompere tutto il ciclo didattico per tre mesi estivi sia uno stacco eccessivo per i bambini. Per questo, come genitore, si sente in dovere di proporre ai suoi figli corsi e laboratori che attraverso il gioco amplino le loro capacità e sviluppino le loro attitudini. •

a cura dott.ssa Cristiana Chiapparelli
Direttore Responsabile Girotondo

 

Prima di Babbo Natale arriva Santa Lucia! La tradizione dice...

lanterne magicheSanta Lucia: il giorno più corto che ci sia! Così recita il proverbio, perché pare che il 13 dicembre il sole tramonti prima rispetto a qualsiasi altro giorno dell'anno! Ma è considerato anche il giorno più bello da molti bambini. 

Santa Lucia, di origine siracusana, viene celebrata nella sua città patronale con due giorni di grande festa, attirando tantissimi fedeli. 

In alcuni luoghi Santa Lucia fa le veci di Babbo Natale. Nel nord Italia per esempio i bambini le scrivono una letterina, dicendo che sono stati buoni e chiedendo dei doni. Mettono del cibo e delle carote sui davanzali delle finestre, per attirare la Santa e il suo asinello e poi vanno a letto perché se la Santa arriva e li trova alzati lancia loro della cenere o della sabbia negli occhi e li acceca. 

La festa è conosciuta anche all'estero. In Brasile gli italiani immigrati hanno portato e tramandato la tradizione. La festa di Santa Lucia è una tradizione anche in Svezia. In questo giorno la figlia maggiore si sveglia alle quattro del mattino per preparare caffè e dolci che servirà poi, vestita con tunica bianca cinta da una fascia rossa, alla propria famiglia ancora a letto. Le altre figlie si vestiranno con tunica bianca con fascia bianca e i ragazzi mettono grandi cappelli di carta e portano lunghi bastoni con stelline. Le ragazze ornano i capelli con lustrini e portano una corona di sette candele: accompagnando una "vergine saggia" e passano di casa in casa cantando una canzone tipica. Ogni anno viene scelta una ragazza che rappresenta Santa Lucia per tutta la Svezia: la ragazza viene incoronata dal vincitore del premio Nobel per la letteratura. 

Secondo la leggenda pare che Santa Lucia abbia fatto innamorare un ragazzo che, abbagliato dalla bellezza dei suoi occhi, glieli abbia chiesti in regalo. Lucia acconsente al regalo, ma gli occhi miracolosamente le ricrescono e ancora più belli di prima. Il ragazzo chiede in regalo anche questi, ma la giovane rifiuta, così viene da lui uccisa con un coltello nel cuore. Nel corso dei secoli la figura di Santa Lucia è stata fonte d'ispirazione nel campo religioso e artistico ma anche letterario. Nella Divina Commedia Dante Alighieri presenta Santa Lucia come simbolo della “luce della grazia”, per la sua adesione al Vangelo; mentre Convivio il poeta afferma di aver subito in gioventù una lunga e pericolosa alterazione agli occhi a causa delle prolungate letture, ottenendone la guarigione grazie alla sua intercessione. Santa Lucia infatti è considerata la patrona della vista e di tutti coloro che ne soffrono, come i non vedenti, i miopi, gli astigmatici. • 

a cura di Cristiana Chiapparelli
giornalista, direttore responsabile Girotondo

Quella piantina nel cuore chiamata libertà: Nelson Mandela narrato ai bambini

Nelson Mandela spiegato ai bambiniC'era una volta un uomo che viveva in un villaggio dell'Africa e coltivava una piantina dentro di sé. Questa piantina si chiamava Libertà. All'inizio era un seme molto piccolo che con il tempo ha dato vita a una piantina con tante foglie verdissime, talmente luminose che tutti potevano vederle. Ma come tutte le cose importanti erano anche molto delicate. 

Il loro colore, verde come la speranza, non piaceva a tutti e alcune persone cattive hanno provato a sradicare questa pianta. Hanno rinchiuso l'uomo in una stanza buia, sperando che senza la luce quella pianta si sarebbe piegata su se stessa, fino ad appassire. 

Ma l'uomo che la custodiva era più forte e la pianta è cresciuta anche al buio. Tutte le persone buone potevano vederla, perché tutte le persone buone racchiudono nel loro cuore il seme verde della speranza. Le persone buone hanno lottato e sono riuscite alla fine a far uscire dalla stanza buia la pianta, che è diventata forte e rigogliosa. E' diventata un albero talmente maestoso che in tutto il mondo si parla di lui. E' un simbolo, dicono. E' la prova che la libertà non si può piegare. Principi e principesse di tutto il mondo hanno reso omaggio alla pianta chiamata Libertà, e soprattutto all'uomo che ha saputo custodirla dentro il suo cuore. 

Quest'uomo si chiamava Nelson Rolihlahla Mandela, per il mondo solo Nelson Mandela, per i sudafricani Madiba o Tata Madiba. Aveva lo sguardo sereno di chi non ha nulla da nascondere ma tanto bene da diffondere. 

In tutto il mondo, oggi, quando dici Nelson Mandela dici Sudafrica, dici lotta per la Libertà, dici lotta all'apartheid, un regime di discriminazione etnica perpetrato dai bianchi sudafricani, nettissima minoranza, a danno della stragrande maggioranza dei cittadini neri, privati di ogni diritto. Nell'immaginario collettivo Mandela è diventato un'icona per aver lottato per quello in cui credeva senza mai arrendersi. I suoi discorsi rimbalzano sulla rete e le sue parole hanno diffuso speranza in tante generazioni.•

a cura di Cristiana Chiapparelli
giornalista, direttore responsabile Girotondo

I teatri per il popolo e la musica per l’integrazione delle etnie: Badara Seck e i bambini di Roma del Coro Afrique

coro afrique e Badara SeckGrande carisma, incredibili doti vocali, uomo di pace e di gran cuore, un maestro della musica e di vita. In due parole Badara Seck, griot senegalese di fama internazionale, discendente da una famiglia di griot, i depositari dell’arte e della parola dell’Africa. Ha girato il mondo con la sua voce e le sue storie e poi ha cominciato a comporre lui stesso canzoni e musiche. Dal 1998 vive a Roma dove è stato referente della comunità senegalese con le autorità italiane. Ha lavorato con artisti italiani come Massimo Ranieri, Fiorella Mannoia, Ennio Moricone, Mauro Pagani. 

Che cos’è la musica per un africano?
La musica definisce l’identità di un popolo e la nostra musica è ricca delle tradizioni culturali del paese. Rappresenta quello che un africano vive. Lo spazio determina l’uomo e in Africa lo spazio è la natura. I bambini mutuano i suoni dalla natura, si identificano con la natura e da essa derivano i suoni della nostra musica. Una musica ricca di ritmi. I bambini nascono con il ritmo delle ninne nanne… In Africa ci sono villaggi in cui le ninne nanne hanno ritmi molto aggressivi. Con questi ritmi i bambini si addormentano e crescono e così formano la loro identità, il loro carattere, il loro essere. 

Quali sono le prime canzoni che imparano i bambini africani? 
Imparano canti che insegnano il rispetto verso i genitori, e i bambini africani ne hanno molto per i genitori, soprattutto per la mamma che ha donato loro il regalo più bello e più grande, il latte materno. Ricevere il latte materno per un bambino africano vale più di mille altri regali, è un gesto per il quale non esiste ringraziamento paragonabile.

Oltre a cantare, quale è la sua missione?
La mia missione è creare un ponte tra l’Africa e l’Italia, l’Italia deve usare le competenze degli immigrati, sono una risorsa! L’italiano è un popolo molto accogliente e l’Italia è contaminata da altre culture che ci devono arricchire. Le nuove generazione dovrebbero condividere non solo ciò che hanno in comune, per esempio la lingua e la cultura italiana, ma anche tutto ciò che viene da culture diverse che ormai fanno parte di noi, che ci sono ma non conosciamo. Perché il problema non è razziale ma è di conoscenza. Noi dobbiamo aprirci agli altri, sapendo che il futuro sono i bambini. L’Italia avrà un’altra mentalità se i bambini di oggi cresceranno sapendo che il popolo italiano è fatto anche di immigrati che amano questo paese. 

E la musica che c’entra con questa missione d’integrazione? 
La musica è il primo linguaggio di un popolo. La musica ti permette di avvicinarti all’altro e per questo può essere usata come strumento d’integrazione tra l’Italia e l’Africa. 

E proprio grazie alla musica è nato a Roma il Coro Afrique formato da bambini africani. 
L’idea mi è venuta parlando con il direttore dell’Auditorium Parco della Musica di Roma per promuovere la musica africana in un evento organizzato poi l’8 dicembre, dove abbiamo fatto incontrare e cantare insieme bambini africani nati a Roma oppure adottati da famiglie romane e il coro di voci bianche dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Come sono stati reclutati i piccoli cantanti? 
Abbiamo organizzato un giorno di casting. Si sono presentati 300 bambini tra i 6 e i 13 anni. E’ stata un’esperienza unica. E’ stato emozionante vedere bambini africani con genitori misti, uno bianco e uno nero, oppure genitori bianchi con figli neri, quindi bambini adottati! E’ stato un esempio di vera integrazione! 

Quindi li avete selezionati?
No. Non potevamo fare una selezione. Io sono un uomo di pace e i bambini non devono mettersi in competizione tra loro. Abbiamo lasciato che la selezione avvenisse in modo naturale. Ci sono voluti 9 mesi di lavoro per preparare i bambini al concerto del 8 dicembre. Facevamo prove ogni domenica e i bambini che sono stati più presenti hanno fatto parte del coro. 

Quale è lo scopo del coro Afrique? 
Alcuni di questi bambini sono sudafricani ma non sanno che vuol dire esserlo perché hanno da sempre vissuto in Italia. Quindi questo coro vuole aiutare i bambini afro-italiani a conoscere la cultura africana attraverso il canto e il ballo africano.

Il futuro del coro Afrique quale sarà? 
Vogliamo che i bambini crescano con il valore etico e morale del riconoscimento dell’altro, diverso da me ma che fa parte di me. Abbiamo fondato un’associazione dove i genitori sono responsabili; si sono tassati per pagare un’insegnante, chi non può permetterselo è aiutato dagli altri più fortunati e poi quello che si ricava dai concerti si usa per la formazione. Abbiamo dato la possibilità a tutti questi bambini africani di fare lezioni insieme ai bambini dell’Accademia di Santa Cecilia gratuitamente. Dietro un coro però c’è sempre una scuola e sto lavorando per aprire a settembre una scuola di musica africana a Roma. 

Altri progetti? 
Sono stato contatto per organizzare un evento con tutte le etnie che vivono a Roma, ogni etnia canterà il suo canto rappresentativo, ma poi tutti insieme canteremo l’inno nazionale italiano! Questo è un esempio di integrazione! Questo è un modo per avvicinare i cuori e quindi le culture!

Da noi si dice che la cultura costa cara… 
Invece la cultura deve essere per il popolo, per avvicinare il popolo. Un teatro non può essere uno spazio per i ricchi che possono comprare biglietti costosi. Un teatro serve alla popolazione, a gente comune che nei momenti di difficoltà economica si strige intorno alla cultura, si avvicina e quindi si sostiene per la ripresa corale, insieme.  Questa è politica culturale a servizio della politica economica. •

a cura dott.ssa Cristiana Chiapparelli
giornalista, direttore responsabile Girotondo

Buon Natale... in tutte le lingue del mondo!

canti di nataleJoyeux Noël - In Francia i bambini mettono sul focolare scarpe o zoccoli perché Gesù Bambino passerà la notte del 24 a metterci dentro i doni. Addobberà anche l'albero con frutta e dolci. È tradizione accendere un ceppo di legna per scaldare il Bambino che gira nella notte fredda. Da questa usanza, deriva anche uno dei dolci natalizi più diffusi, ovvero la bùche de Noêl. Il presepe in Francia è molto curato. Il personaggio che piace di più ai bambini francesi é il ravi, simpatico che ride portando la lanterna che gli serve per schiarire il sentiero che porta al presepe.

Boże Narodzenie - In Polonia, la vigilia di Natale è chiamata Festa della Stella. I bambini spiano il cielo e, appena appare la prima stella tutti si mettono a tavola. Prima di cominciare a mangiare si fa circolare una sottile fetta di pane azzimo, chiamato "opplatek", raffigurante le immagini di Maria, Giuseppe e di Gesù Bambino. La tavola é sempre festosamente apparecchiata; ma sotto la tovaglia c'é sempre un sottile strato di paglia, per ricordare a tutti, che Gesù é nato in una stalla e si usa fra i bambini tirare le pagliuzze e, quella più lunga indicherà longevità. 

Feliz Navidad - In Spagna il giorno più festeggiato nel periodo natalizio è il 28 dicembre, giorno in cui arrivano i los Reyes, i Re Magi. A cavallo o su carri sfilano per le città e distribuiscono dolci e caramelle. In Spagna il rito del presepe é molto sentito. Nei villaggi andalusi si fanno dei presepi viventi per aiutare le famiglie povere. Un'altra bella usanza spagnola é quella di accogliere in casa propria, la notte di Natale, un neonato povero al quale la famiglia donerà un corredino nuovo.

Fröholiche Weihnachten - In Germania il Natale si festeggia già 24 giorni prima con il calendario dell’Avvento fatto di 24 finestrelle. Ogni giorno si apre una finestrella, si trova una sorpresa e si promette di compiere una buona azione nella giornata. Il 6 dicembre poi arriva San Nicola a portare dolci, cioccolato e dolci speziati come i Lebkuchen o i Christollen. La notte del 24 infine arriva Christkind (Gesù Bambino) a portare i tanto attesi doni. 

Merry Christmas - In Inghilterra Santa Claus porta i doni ai bambini, lasciandoli in un grosso sacco sotto l'albero. I bimbi, per ringraziarlo, lasciano sul tavolo della cucina un bicchiere di latte e un dolce il “mince pie” e una carota per la renna Rudolph. Un dolce tipico natalizio è il Christmas Pudding. Alle 3 del pomeriggio del 25 dicembre in tv c’è il discorso della Regina!

Crăciun Fericit - In Romania è tradizione, nei giorni che precedono il Natale, insegnare ai bambini i canti natalizi, chiamati “colinde”. La sera de 24 dicembre i bambini vanno a “colindare”: indossano vestiti tipici e vanno dai vicini a cantare le melodie natalizie apprese. Le famiglie li accolgono offrendo loro dolci o soldi. A mezzanotte tutti si recano in chiesa; alla fine della funzione il prete esce a benedire le persone con l'acqua santa, l'incenso e il miele sulla fronte. •

a cura dott.ssa Cristiana Chiapparelli
giornalista, direttore responsabile Girotondo

Perché è così difficile imparare una lingua straniera? Ecco il metodo giusto…

bambini che leggono in inglesePerché non sappiamo parlare bene l'inglese anche se lo studiamo fin dalla materna? E le altre lingue? francese, tedesco, spagnolo... Perché non riusciamo a imparare una lingua straniera per comunicare?

Il motivo sta nel modello didattico che finora ha sempre avuto come oggetto di studio la lingua (sintassi, grammatica) piuttosto che considerare il processo mentale con cui si impara quella determinata lingua.

L'insegnamento di una lingua straniera (L2), oggi, si basa sul metodo della disciplina detta "glottodidattica", cioè attraverso lo studio di un testo, il libro scritto. Lo studente deve leggere, interpretare, capire e imparare a memoria per poi ripetere. Questo tipo di apprendimento è lungo e difficile perché innaturale e astratto (modello di apprendimento simbolico ricostruttivo).

Studiare una L2 non è come studiare storia o matematica che, anche se verranno in parte dimenticate, non compromettono l’efficacia della comunicazione. Possiamo dimenticarci una formula algebrica, che potremmo andare a cercare sui manuali, ma non possiamo dimenticarci come si saluta o come si chiede qualcosa se ci troviamo davanti a un inglese!

Allora come si impara una lingua straniera con successo?

Il metodo più semplice e immediato è di vivere in un contesto in cui si parla la lingua straniera, per avere un contatto continuo con essa e doverla parlare per comunicare. Utilizzare e praticare una lingua è certamente più efficace che leggerla e studiarla su un libro!

Ma allora una lingua straniera si può imparare solo andando all'estero? No!

Si può ricorrere a un metodo, detto percettivo-motorio, che invita a fare, agire, vivere un'esperienza in L2 senza la mediazione del libro. Il processo di apprendimento è immediato e si impara stando immersi nell'esperienza. È un tipo di apprendimento naturale e spontaneo, basato su "cicli ripetuti di percezione-azione" (guardo e imito, ascolto e ripeto) praticato attraverso i gesti, sotto la guida di un insegnante che, più che dire, mostra come fare. I gesti, ovvero atti di significato, sono alla base dell'apprendimento percettivo motorio: il bambino divertito nel riprodurre il gesto proposto dall'insegnante e nel comprenderne il significato, non avrà bisogno della traduzione del vocabolo che l'insegnante ha appena detto, perché lo capisce attraverso il gesto, inoltre pronuncerà la parola in modo corretto per contagio (imitazione). Questo metodo non richiede concentrazione, non ci fa fare fatica, non ci stanca ed è molto più veloce perché si crea un clima di apprendimento gioioso, ricco, chiaro, non confuso. Il clima di gioia aumenta lo stato affettivo con l’insegnante e con i compagni e stimola la voglia di comunicare e quindi di apprendere. Se ci pensiamo i bambini imparano a parlare proprio così! Ed è per questo che una lingua straniera può essere appresa fin dall'età dell'asilo nido. Ricerche scientifiche dimostrano che la capacità di apprendimento di una lingua è al massimo da 0 a 7 anni di età!

Per poter imparare una lingua bisogna rispettare i processi mentali che sono alla base dell'apprendimento del linguaggio (psicolinguistica), solo dopo aver fatto ciò si può passare all'insegnamento della grammatica e della sintassi di quella lingua (linguistica).

Nella pratica di insegnamento delle lingue straniere, questo si traduce nel far apprendere attraverso il modello psicolinguistico del Format Narrativo, ideato dalla prof. Traute Taeschner dell'università La Sapienza di Roma e sperimentato in oltre 120 scuole dell'infanzia e primarie di tutta Europa, con risultati di apprendimento eccellenti e documentati!

Immergendosi nel mondo magico di due dinocrocs, Hocus e Lotus, i bambini sono incoraggiati a parlare la lingua di questi due simpatici personaggi: si impara attraverso la drammatizzazione delle azioni, attraverso attività mimico-gestuali, attraverso la musica, si impara perché si crea per il bambino un ambiente sereno, un rapporto affettuoso con l’insegnante, un clima di gioia che si protrae nel tempo e stimola la comunicazione.

Per conoscere meglio Hocus e Lotus, i due dinocroc che insegnano ai bambini a parlare l'inglese, andate su www.hocus-lotus.edu

a cura dott.ssa Cristiana Chiapparelli
giornalista, direttore responsabile Girotondo

nati per leggere, Bookstart, Zum lesen geboren, Nascuts per Llegir, pour lire!

mamma che legge libroDal 1999, l'iniziativa Nati per Leggere vuole promuovere l'attitudine alla lettura nei bambini di età compresa tra i 6 mesi e i 6 anni (cioè non solo prima dell'acquisizione della competenza alla lettura in età scolare ma anche prima dello sviluppo del linguaggio), offrendo precocissime occasioni di ascolto di letture: un adulto che legge una storia! Storie lette ad alta voce da genitori o insegnanti, persone legate da un forte rapporto affettivo o emozionale con il bambino. 

Quale è lo scopo? Insegnare al bambino che il libro è uno strumento di esperienze affettive ed esistenziali, ricordando l'ammonizione di Gianni Rodari: "rifiutarsi di leggere" equivaleva a predisporre i bambini a «odiare la lettura».

L'iniziativa italiana si ispira a studi ed esperienze condotte presso il Boston Medical Center che hanno portato, tra gli anni ottanta e novanta, all'affermazione negli Stati Uniti dell'iniziativa originaria Reach Out and Read  nata in un contesto più strettamente pediatrico, e Born to read a cui hanno fatto seguito altre similari in diversi contesti territoriali.  

Nel Regno Unito è nato Bookstart nel 1992. E il progetto italiano ha avuto inizio nel 1999 e ad esso si sono ispirati il progetto spagnolo Nascuts per Llegir del 2003, quello tedesco del 2005 Zum lesen geboren e la “Buchstart - Né pour lire - Nati per leggere" nata in Svizzera nel 2006. Mentre in Croazia nel 2007 si è avviato il progetto Rodeni za citanje che ha tradotto e pubblicato il libro "Guarda che faccia" (Giunti Kids publisher) per tutti i bimbi nati nel 2009 e 2010. Il progetto italiano è stato adottato anche dall'Istituto di Cultura Italiana in Portogallo.

L'Esempio del regno Unito
Il Bookstart del Regno Unito, finanziato dal Governo e dalle case editrici per bambini, ha ispirato molti programmi che prevedono la donazione di libri. Proprio in Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord circa 1.5 milioni di neonati e bambini ricevono ogni anno gratuitamente i libri di Bookstart, cifra che copre il 95% dei bambini. Normalmente il cosiddetto Bookstart Baby Pack viene spedito alla famiglia entro il primo anno di vita del bambino e poi a 3-4 anni c'è un secondo pacco con testi adatti all'età che può essere richiesto al pediatra.

Gli studi cui si sono ispirate le diverse iniziative nazionali documentano come l'ascolto precocissimo di letture ad alta voce, rivolto a bambini anche di pochissimi mesi, prima ancora dell'acquisizione della parola, sia in grado di migliorare la comprensione del linguaggio scritto. •  

a cura dott.ssa Cristiana Chiapparelli
giornalista, direttore responsabile Girotondo

Cosa sognano i bambini del mondo?

disegno bambiniSiamo andati a caccia di sogni… 
Sogni affascinanti di bambini come noi, ma con altri stili di vita e altre abitudini… ecco i loro sogni!

“Ho sognato che con tutta la classe andavamo su una montagna a toccare l'arcobaleno che era uscito e ci macchiavamo tutte le mani. Poi con le mani sporche di pittura dipingevamo un disegno sulla carta e con i pezzi di arcobaleno creavamo colori e disegni. C'erano anche delle bambine che con le scale salivano sull'arcobaleno, che era come uno scivolo, ma se ci salivi sopra ti sporcavi il sedere con i colori …” 

Maria, Barcellona, Spagna

----

"Nel sogno mia madre mi ha mandata a raccogliere della legna nella boscaglia. Incontro la scimmia, che mi insegue. Scappo verso casa. Arrivata a casa mia madre vuol sapere dov'è la legna e io le rispondo che non l'ho presa perché ero inseguita dalla scimmia. Mia madre mi dice: non c'è nessuna scimmia, vai a prendere la legna. Ritorno nella boscaglia, incontro di nuovo la scimmia e mi mangia".  

Fatou, Senegal

-----

"Un giorno sono andato al mare a fare un bagno insieme a un amico. Rientrando a casa abbiamo visto una borsa sulla spiaggia. Abbiamo aspettato un po' e abbiamo visto un bianco che la cercava. Gli abbiamo chiesto se era lui il proprietario della borsa e lui ha detto di sì. Ci ha accompagnati a casa, ha conosciuto i nostri genitori e ci ha invitati a una festa a casa sua per ringraziarci. Poi, con il consenso dei nostri genitori, ci ha portati in Francia, ci siamo messi a lavorare e abbiamo guadagnato tanti soldi. Poi siamo tornati al paese e con i soldi i nostri genitori hanno costruito il terzo piano della casa. Il bianco è ritornato, abbiamo ripreso l'aereo per tornare in Francia. Ci ha dato dei soldi e siamo tornati a casa. Lui è venuto insieme a noi per festeggiare il mio compleanno, dopo è ripartito e siamo rimasti al paese". 

Baye Saliou; Senegal

----

"Ero con mia madre e ho visto un cane, sono andata a giocare con lui e invece era una iena. Mi insegue, io giro l'angolo ed entro in una casa. La iena mi ritrova anche lì, salto il muro della casa e incontro un serpente". 

Coly, Senegal

Siamo tutti educatori? Citazioni per riflettere...

mamma legge libroIl dibattito sulle competenze di genitori, insegnanti ed educatori è sempre molto acceso sia a livello nazionale che europeo. Gli Stati dell'Unione Europea hanno redatto diversi documenti per favorire una politica europea comune per l'infanzia, per garantire diritti e servizi rivolti ai bambini. Al centro di ogni dibattito c'è il ruolo dell'educatore.
 
L'educatore è colui che si assume la responsabilità dell'azione educativa, senza mai sottovalutare che ogni educando va sempre considerato come persona, cioè come soggetto originale e irrepetibile. Ecco perché ogni individuo necessita di un proprio itinerario educativo.

"Non c'è niente di più ingiusto del dare cose uguali a persone diseguali", diceva Don Lorenzo Milani. Mentre Louis Evely: “l'educazione è un'arte: ciò che essa richiede di più è previdenza e tatto. Dimenticando le proprie ambizioni, i pregiudizi personali, l'educatore si mette appassionatamente al servizio di colui che vuole educare”.

Educatori dovrebbero allora essere tutte le persone che si occupano dei bambini o stanno con loro per diverse ore al giorno?
Voglio prendere in prestito delle citazioni per riflettere insieme sul ruolo di educatori: “L'educatore agisce in nome dell'umanità, cioè in nome della vita propria e altrui. Non c'è altro modo per sviluppare una vita da uomini che quello di interessarsi profondamente gli uni degli altri, di discutere, di cercare insieme che cosa continuare e che cosa innovare. Il risultato non è mai scontato”, Luciano Corradini.

“Nessuno educa nessuno e nessuno educa se stesso, ma gli uomini si educano tra loro con la mediazione del mondo”, Paulo Freire.

Educare vuol dire “rendere l'uomo autore del proprio bene”, Antonio Rosmini.

Occorre “lasciare ai giovani piena libertà di parlare di cose che maggiormente loro aggradano. Il punto sta di scoprire in essi i germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparli. E poiché ciascuno fa con piacere soltanto quello che sa di poter fare, io mi regolo con questo principio e miei giovani lavorano tutti non solo con attività, ma con amore”, Don Bosco. •

I nonni come "Angeli Custodi"

nonniDiventati ormai indispensabili per le famiglie in cui i genitori lavorano, i nonni italiani sono i più impegnati nella cura dei nipotini e sono anche i più in forma d'Europa.

Con una vita media di 79,1 anni per gli uomini e di 84,3 anni per le donne, nettamente superiore alla media Ue, i nostri nonni sono più arzilli dei colleghi europei e infatti 3 bambini su 4 fino a 13 anni sono affidati ai nonni quando non sono a scuola o con i genitori. I dati emergono da un'indagine europea condotta sugli over 50. In Europa sono i nonni tra i 60 e i 65 anni i più collaborativi, mentre l'offerta di aiuto da parte degli over 70 cala bruscamente. In Italia però i nonni ultrasettantenni continuano ad aiutare i figli nella cura dei bambini, e lo fanno anche oltre gli 80 anni. Se da un lato gli italiani preferiscono affidare i figli ai nonni piuttosto che a persone esterne alle mura domestiche, dall'altro lato l'attivismo dei nonni potrebbe essere una conseguenza della mancanza di servizi adeguati per l'infanzia rispetto agli altri paesi europei…
I nonni sono importanti perché oltre a fornire un aiuto valido, affidabile ed economico, hanno la funzione fondamentale di conservare le tradizioni!
 
A partire dal 1970 una casalinga americana ha iniziato a promuovere una giornata nazionale dedicata proprio ai nonni. Marian McQuade riteneva obiettivo fondamentale per l'educazione delle giovani generazioni la relazione con i loro nonni, portatori di conoscenza ed esperienza.
Negli Stati Uniti la Festa dei Nonni (National Grandparents Day) è stata introdotta nel 1978, poi hanno seguito l'esempio il Regno Unito, che l'ha introdotta nel 1990 e la celebra la prima domenica di ottobre. In Canada dal 2005 si festeggia il 25 ottobre, mentre in Francia i nonni e le nonne sono festeggiati ogni anno separatamente: la Festa della Nonna già dal 1987, la prima domenica di marzo e dal 2008 è stata introdotta la Festa del Nonno la prima domenica di ottobre.

In Italia questa ricorrenza civile che celebra l'importanza del ruolo svolto dai nonni all'interno delle famiglie e della società in generale è stata introdotta nel 2005 e si festeggia ogni anno il 2 ottobre, data in cui la chiesa cattolica celebra gli Angeli custodi. Se volete donare un fiore ai vostri nonni, il Non-ti-scordar-di-me è il fiore ufficiale della Festa! Mentre il brano musicale "Ninna Nonna", scritto da Igor Nogarotto e Gregorio Michienzi, dal 2006 è stato ufficialmente riconosciuto come “Canzone Italiana dei Nonni” !

Il nonno brontolone in poltrona forse oggi non esiste più, ma una cosa resta invariata: i nonni hanno molto da insegnare alle nuove generazioni, anche se si stanno adeguando ai tempi che cambiano e per i nipoti hanno imparato a usare pc e telefonini! Ai nonni segnaliamo "Essere nonni oggi e domani - Piaceri e trabocchetti" di Francine Ferland, Edizioni San Paolo. Un libro che vuole dare suggerimenti ai nonni su come comportarsi con i nipoti dal punto di vista educativo. •

a cura dott.ssa Cristiana Chiapparelli
direttore responsabile Girotondo

bambini, anche voi avete dei diritti!

pinocchioLa Convenzione sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza è stata approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. Una convenzione è un accordo tra Stati che vogliono obbedire alle stesse leggi e questa nello specifico enuncia per la prima volta i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti e garantiti a tutte le bambine e i bambini del mondo. Hanno aderito alla Convenzione 193 Stati. L'Italia l'ha ratificata con la Legge n. 176 del 27 maggio 1991. La Convenzione è composta da 54 articoli e da due Protocolli opzionali (sui bambini in guerra e sullo sfruttamento sessuale).

Il primo articolo con cui si apre il Documento recita “ai sensi della presente Convenzione si intende per bambino ogni essere umano avente un'età inferiore ai 18 anni” e quattro sono i suoi principi fondamentali:

• Non discriminazione (art.2): i diritti sanciti dalla Convenzione devono essere garantiti a tutti i minori, senza distinzione di razza, sesso, lingua, religione, opinione del bambino o dei genitori.

• Superiore interesse (art.3): in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l'interesse del bambino deve avere la priorità.

• Diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo del bambino (art.6): tutti gli Stati membri devono riconoscere il diritto alla vita del bambino e devono assicurarne, con tutte le misure possibili, la sopravvivenza e un sano sviluppo.
 
• Ascolto delle opinioni (art.12): tutti i bambini hanno il diritto di essere ascoltati e di esprimere la loro opinione su tutto ciò che li riguarda.

Questo è un articolo molto importante perché considera il bambino come un soggetto capace di espressione e di pensieri validi, con un ruolo attivo nella società.

Pensiamo alla storia di Pinocchio… quando marina la scuola per andare in spiaggia con i compagni, fanno a botte, uno di loro sviene. Mentre tutti scappano, Pinocchio soccorre l'amico ma i gendarmi lo accusano, ingiustamente. Non aveva il diritto di esprimere la sua opinione?
Tanti sono gli articoli della Convenzione che trovano riscontro nel romanzo di Collodi.

Provate a leggere gli articoli di seguito, riscritti in parole semplici, e pensate a quel burattino…
Art.23: “Se sei disabile hai diritto a cure speciali e a un'istruzione speciale che ti permettano di crescere come gli altri bambini”.
Art.7: “Hai diritto di avere un nome al momento della nascita”.
Art.3: “Quando un adulto ha a che fare con te, deve fare quel che è meglio per te”.
Art.37: “Anche se fai cose sbagliate, nessuno può punirti in maniera che ti umili o ti ferisca”.
Art.22:  “Hai il diritto di ricevere un'istruzione… e deve essere gratuita”.
Art.35:  “A nessuno è permesso di rapirti o venderti”.

a cura di Cristiana Chiapparelli
Direttore responsabile Girotondo

L'arte di vivere all’aria aperta...

bambini giocoL'esperienza dei paesi nordici che include l'uso delle aree esterne, intese come spazi ludici destinati ai bambini, è molto diversa dai paesi europei, in particolare esiste una differenza tra i paesi del Nord Europa e quelli Mediterranei. La differenza non è solo culturale, ma genetica, forse legata ad aspetti climatici: il numero di ore di luce, l'intensità solare, la percezione della casa come rifugio protettivo...

Non va dimenticato il ruolo sociale della donna, il fatto che la mamma abbia un lavoro fuori casa condiziona non solo la vita dei figli ma anche l'educazione e le caratteristiche dei servizi educativi. L'aspetto culturale è senza dubbio molto rilevante. Nei paesi nordici i figli vengono allevati per essere indipendenti, autonomi e responsabili, capaci di badare a se stessi e agli altri. E si ritiene che solo se i bambini sanno riconoscere e gestire i pericoli possono imparare a proteggersi. Da qui il tipo di educazione che non controlla ad ogni passo il bambino ma vigila, che non vuole evitargli danni e rischi ma vuole insegnare a gestirli in maniera competente.

Certamente è necessario che i bambini siano al sicuro, ma permettendo loro di esplorare il magico mondo esterno che, secondo alcuni, è la chiave dell'apprendimento e della comprensione permanente del mondo. La tendenza molto diffusa, invece, è quella di evitare qualsiasi rischio. Molti genitori difficilmente lasciano i figli da soli o li lasciano giocare all'aperto; li accompagnano in macchina da porta a porta e li rintracciano col cellulare. E' il desiderio di autoprotezione dell'adulto, che limita però lo sviluppo libero della personalità infantile.
 
E' nell'aspetto culturale che ricade il perché di questo tipo di educazione diversa. Le città nordiche sono più a misura di bambino, c'è maggiore considerazione e rispetto per il mondo dell'infanzia in generale; tanto che qui le aree gioco vengono realizzate con la partecipazione dei bambini stessi per soddisfare i loro bisogni e desideri e si ritiene che il ringiovanimento della popolazione passa attraverso i parchi gioco, considerati una vera e propria sfida per la città di domani.

Nel Nord Europa al pomeriggio i bambini piccoli si fanno dormire all'aperto. E' una consuetudine in uso da diversi anni sia negli asili che in famiglia. I motivi? Si fa e basta, perché l'aria fresca fa bene ai bambini! Sulla base del principio la vita all'aperto è una vita buona e sana, in Danimarca è nato “l'Asilo nel bosco”: la vita all'aperto è il punto centrale del progetto, i bambini vengono portati fuori città la mattina e riportati in centro nel pomeriggio. Nel bosco c'è una capanna per le necessità, ma è considerata solo un rifugio, si vive all'aperto esplorando la natura. La teoria di fondo è che se i bambini sviluppano un buon senso della natura fin da piccoli, costituiranno una generazione più attenta ad affrontare i futuri problemi ambientali. •

a cura di Cristiana Chiapparelli
direttore responsabile rivista Girotondo

L'educazione e la cura della prima infanzia in Europa

bimbo che giocaL'infanzia è il periodo più critico dello sviluppo cognitivo e sociale, dell'acquisizione linguistica e della prima alfabetizzazione. Le ricerche indicano che i bambini sono allievi attivi fin dalla nascita e i primi tre anni di vita sono vitali perché i più formativi.

E' dimostrato che l'elevata qualità dell'educazione e della cura della prima infanzia (early childhood education and care, ECEC) fornisce grossi benefici stimolando l'integrazione sociale, lo sviluppo emozionale, fisico e linguistico del bambino. Se si pongono fondamenta solide durante l'infanzia, l'apprendimento successivo diventa più efficace e offre maggiori garanzie di continuare per tutto l'arco della vita. La scuola dell'infanzia (da zero a sei anni) dovrebbe essere riconosciuta come la prima tappa dell'educazione di base, come un settore totalmente integrato all'interno del sistema scolastico nazionale. L'accesso dovrebbe essere generalizzato e gratuito per tutti i bambini. Di fatto non è proprio così, soprattutto per la fascia di età da 0 a 3 anni, e in Europa il dibattito sull'ECEC è molto acceso.

L'ECEC riceve molti consensi dagli Stati europei ma per fornire un'ECEC di alta qualità occorre dare attenzione a questioni quali l'ambiente e le infrastrutture, l'organico, i piani di studio, la garanzia di qualità.

Le competenze del personale si rilevano fondamentali ai fini dell'alta qualità dei servizi ECEC. Si deve puntare al miglioramento delle com-petenze, delle qualifiche e delle condizioni di lavoro del personale ECEC. E' importante aumentare la percentuale di uomini. Avere modelli di entrambi i sessi è positivo per i bambini e può contribuire a spezzare i pregiudizi di genere.
Devono essere promossi programmi e piani di studio appropriati rico-noscendo l'importanza del gioco come elemento cruciale dell'appren-dimento nei primi anni di vita. Il rapporto bambini-educatori e la dimensione dei gruppi hanno un grosso impatto sulla qualità.
Fondamentale è il sostegno ai genitori nel loro ruolo di educatori. I ser-vizi ECEC di qualità lavorano in stretta collaborazione con i genitori, le famiglie e le comunità.

Anche se l'organizzazione e i contenuti dei sistemi d'istruzione e di formazione sono di competenza dei singoli Stati membri, per sviluppare un'istruzione e una formazione di qualità, la Commissione Europea si impegna a:
- promuovere l'identificazione e lo scambio di buone pratiche e di esperienze tra gli Stati membri,
- sostenere lo sviluppo di approcci innovativi con progetti e reti transazionali,
- incoraggiare gli Stati a investire in questi settori mediante i Fondi strutturali. •

a cura dott.ssa Cristiana Chiapparelli
direttore responsabile rivista Girotondo


Girotondo
 riceve
i Patrocini dei Comuni
per le sue finalità socio/educative
a sostegno della Comunità

Esce a Marzo - Maggio
Settembre - Dicembre

In ogni numero informa 
sul mondo dei bambini
per aiutare i genitori
a comprenderli meglio

Il Comitato Etico Scientifico 
supervisiona tutti gli articoli,
a garanzia della tutela all’infanzia
e di una genitorialità consapevole,
valori a cui Girotondo si riferisce
come Associazione