Loading color scheme

cosa c’è dietro la parola più amata del mondo?

mamma_bimbo_13.jpgMamma in italiano, mummy in inglese, maman in francese, Mutti in tedesco, mama in spagnolo, mamo in polacco, mama in russo... Ma anche màma in cinese, mama in arabo, màm in indiano...

In tutte le lingue del mondo, insomma, la parola mamma si dice allo stesso modo. Idiomi lontanissimi tra loro, con origini totalmente diverse, hanno dunque un unico punto in comune proprio nel nominare la parola mamma. Come mai? Un proverbio ebraico recita “Dio non poteva essere dappertutto così ha creato le mamme”. E per farsi capire ovunque le ha chiamate tutte con lo stesso nome!

Primo e comune approdo al mondo, figura delicata e profondamente simbolica, sintesi di cura, di amore, di tenerezza, la mamma in realtà trae il suo nome dal naturale sviluppo linguistico del neonato, processo che i linguisti hanno studiato a fondo. Il suono ‘mamma’ ha un’origine legata all’inizio della vita e nasce da un rapporto indissolubile tra il neonato e sua madre e sembra anche essere una parola istintuale, presente in ogni essere umano, quasi fosse impressa nel DNA di ogni bambino cinese, americano, russo, francese o italiano.

Ogni bambino del mondo nei primi mesi di vita inizia a pronunciare le sillabe più attese da ogni genitore, quel balbettio “ma ma ma” e “pa pa pa” (o “ba”) con il quale in realtà esplora il mondo dei suoni. È un’attività che avviene nei momenti di benessere del neonato, il quale prova suoni e vocalizzi, li affina, ripete con evidente soddisfazione le sillabe che ha scoperto per caso, anche se non ha idea di quel che dice. La vocale che pronuncia per prima è la “a”, la più facile. Le prime consonanti sono quelle nasali: “m” e “n”. I primi suoni labiali sono invece “b”, “p”, “d”, “v”, “t”, consonanti pronunciate in tutte le comunità linguistiche da tutti i bambini del mondo, a prescindere dalla lingua che poi parleranno, perché sono facili: per emetterle, infatti, si usano le labbra.

Si tratta di un processo universale, le prime articolazioni fonetiche della fase della lallazione, alle quali i genitori danno significato rafforzando questi suoni, ripetendoli.

Grazie a queste continue stimolazioni, il bambino arriva a pronunciare correttamente questa parola.

Mamma, quindi, sarebbe il risultato dei primi suoni del bambino e del rinforzo che su di essi viene esercitato dal genitore. È l’adulto, in altre parole, a dare valore semantico a tali suoni, restituendo al bambino una parola carica di significato, che resterà sempre la sua prima, tanto amata parola di vita.

a cura di Cristiana Chiapparelli
magic teacher Hocus & Lotus, esperta in glottodidattica infantile

un grande cambiamento nella didattica delle lingue: dalla linguistica alla psicolinguistica

bimbi_stranieri_02.jpg

Nell’insegnamento delle lingue la linguistica è sempre stato il punto di riferimento teorico su cui basarsi per impostare l’insegnamento stesso.

Il metodo più diffuso in ambito scolastico per insegnare una nuova lingua è sempre stato quello della grammatica e della versione/traduzione, molto utilizzato per le lingue antiche come il greco e il latino, altrimenti dette lingue morte. Questo metodo doveva stimolare nei giovani il ragionamento logico per prepararli allo studio della filosofia. In seguito, in mancanza di altre modalità d’insegnamento, il metodo della grammatica e della versione/traduzione è stato utilizzato anche per insegnare le lingue moderne, che sono però delle lingue vive, che servono alla comunicazione. Lo scopo dell’insegnamento delle lingue, quindi, non è più quello di abituare al ragionamento e alla logica, ma è comunicativo. E il metodo della grammatica e della versione/traduzione si è rivelato catastrofico per l’apprendimento comunicativo delle lingue moderne.

Dalla seconda guerra mondiale è cominciata una costante ricerca di metodi di insegnamento delle lingue. Questi però avevano alle spalle il concetto della lingua come qualcosa di statico, che va studiata nella grammatica da sapere alla perfezione prima di iniziare ad esprimersi. Sono nati libri pieni di regole grammaticali, di modi di dire, espressioni tipiche da studiare a memoria con la speranza che gli studenti, un giorno, quando ne avessero avuto bisogno, magari in un viaggio all’estero, sarebbero stati in grado di riprodurli.

In ristretti ambiti di ricerca si è cominciato a capire che il fulcro dell’apprendimento di una nuova lingua non sta nella lingua oggetto di studio, ma nel processo mentale e relazionale di apprendimento. Questo ha portato a un importante cambiamento: dall’oggetto di studio, la lingua X, al processo mentale di acquisizione di una lingua. Quindi dalla linguistica si è passati alla psicolinguistica: non è più necessario conoscere bene la lingua X, ma per mettere in moto processi mentali occorrono attività che stimolino l’attivazione cerebrale.

Un esempio. Per imparare ad andare in bicicletta posso studiare tutti i pezzi che la compongono, leggere tutti i manuali tecnici su come stare in equilibrio e come muovere i piedi per pedalare, ma poi imparerò ad andare in bici solo ed esclusivamente quando salirò sulla bici, qualcuno mi sosterrà per i primi giorni sudando e correndo dietro di me senza mollare il sellino... finché troverò l’equilibrio, guarderò avanti e non i miei piedi e finalmente comincerò a pedalare da sola! Ci vuole esercizio pratico!

Questo è il metodo di apprendimento percettivo – motorio, che avviene in modo inconsapevole e senza sforzo ma ha bisogno della pratica. Quello che apprendo, per esempio andare in bici, viene immagazzinato nella memoria implicita e viene usato automaticamente all’occorrenza. Il metodo percettivo – motorio è fondamentale per l’apprendimento di una lingua, per creare quelle competenze implicite della lingua che poi saranno utilizzate al momento opportuno per parlare nel mondo reale.

La psicolinguistica, quindi, sviluppa una metodologia di apprendimento delle lingue che tiene conto dei processi mentali. La linguistica entrerà in gioco in seguito, e sarà utile per ragionare e riflettere sulla mia produzione linguistica, sulle regole grammaticali e sintattiche. Non è stato forse così per la nostra lingua madre? Abbiamo parlato e parlato fino a 6 anni e poi con la scuola primaria abbiamo imparato a scrivere correttamente quello che già sapevamo dire... L’apprendimento di una lingua straniera quindi ricalca il processo di apprendimento della lingua madre: prima la pratica poi la teoria. Salgo sulla bicicletta, non imparo a memoria il libretto delle istruzioni...!

a cura di Cristiana Chiapparelli magic teacher Hocus & Lotus, esperta in glottodidattica infantile 

Storytelling: leggere ad alta voce per imparare l’inglese

mamma_bimbo_11.jpgLeggere ad alta voce è importante per lo sviluppo del linguaggio del bambino, e questo è maggiormente vero nel caso dell’apprendimento di una seconda lingua...

Nel linguaggio di ogni giorno usiamo in genere sempre gli stessi vocaboli, la lettura quindi è uno strumento potente per arricchire il vocabolario dei bambini.

Un altro aspetto da non sottovalutare quando si parla di lettura ad alta voce è il beneficio emotivo e psicologico che ne può trarre il bambino.

Il momento della lettura poi è un momento intimo tra genitore e bambino, un momento condiviso in cui dalla storia letta si sviluppa l’interazione e la condivisione di fatti ma anche di sensazioni. La storia accende nuove idee nella mente del bambino, il racconto letto viene traslato nella sua piccola realtà e diventa parte della sua esperienza vissuta.

La lettura inoltre invita alla calma, alla tranquillità, stimola l’attenzione del bambino e se questo lo esercitiamo tra le mura domestiche, se diventa una abitudine familiare, tanti sono i benefici che i bambini portano con loro quando escono di casa, in primis a scuola o in un incontro di lettura ad alta voce!

Se tutto questo è vero per la nostra lingua madre, lo è ancora di più quando parliamo di storytelling in lingua inglese. Il processo che si innesca è lo stesso, è diversa la difficoltà della storia che leggiamo e il linguaggio utilizzato perché diversa è la conoscenza di base della prima e della seconda lingua. Ma i benefici non cambiano, anzi!

La cosa da non dimenticare è l’abitudine a leggere per i nostri figli, anche quando ormai hanno imparato a farlo da soli. Se poi abbiamo introdotto l’inglese nella vita del bambino, inteso non come materia scolastica ma come lingua finalizzata alla comunicazione, a maggior ragione condividere la lettura di un testo semplice in inglese ha una valenza fondamentale per il bambino.

Lo storytelling diventa un momento di apprendimento per i bambini, un’opportunità per trasformare una materia scolastica in un percorso, in un gioco, in passione, in curiosità, e uno strumento per avvicinare bambini e genitori alla lettura in lingua: uno stimolo per il bambino perché scoprirà che i libri in inglese possono diventare un “gioco” divertente e piacevole da condividere a scuola, in casa e fuori; e uno stimolo per i genitori perché così avranno l’occasione di fermarsi un momento, mettersi in gioco, condividere una lettura in lingua con i propri figli, ripassare il proprio inglese o cominciare a impararlo insieme!

a cura di Cristiana Chiapparelli
magic teacher Hocus & Lotus, esperta in glottodidattica infantile


Girotondo
 riceve
i Patrocini dei Comuni
per le sue finalità socio/educative
a sostegno della Comunità

Esce a Marzo - Maggio
Settembre - Dicembre

In ogni numero informa 
sul mondo dei bambini
per aiutare i genitori
a comprenderli meglio

Il Comitato Etico Scientifico 
supervisiona tutti gli articoli,
a garanzia della tutela all’infanzia
e di una genitorialità consapevole,
valori a cui Girotondo si riferisce
come Associazione