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tavola imbandita in famiglia per una vera condivisione

Crepet.jpgContinua il viaggio di Girotondo al fianco di uno degli psichiatri e sociologi più apprezzati di Italia. Questa volta il focus è sul rapporto fra i bambini e il cibo e su come gli adulti scelgono cosa portare in tavola. 

Paolo Crepet, che ritiene Girotondo «un interessante progetto di sostegno alla genitorialità e un ottimo modo per stare al fianco delle famiglie, ragionando e senza intromettersi nelle loro scelte», sottolinea «l’importanza della tavola imbandita in famiglia» e la necessità di ritagliarsi almeno all’ora di cena un momento di vera condivisione con i propri cari, «possibilmente lontani dallo smartphone».

Professore, come è cambiata la conoscenza del cibo oggi? «È cambiata in meglio. Abbiamo una maggiore consapevolezza del rapporto fra salute e cibo e lo dimostrano i centimetri in altezza che dividono le ragazze e i ragazzi di oggi dalle ragazze e dai ragazzi degli anni Cinquanta. Oggi, grazie al progresso e ad una maggiore circolazione delle notizie, la dieta è più ricca ed equilibrata».

Si è evoluto anche il modo di comunicare delle aziende del settore alimentare? «La pubblicità fa la sua parte e, indubbiamente, le imprese la utilizzano per comunicare il proprio impegno e la loro responsabilità sociale. 

Sono più attente e, d’altra parte, la tracciabilità dei prodotti e degli ingredienti che li compongono è finalmente diventata obbligatoria. Noi da bambini mangiavamo tante porcherie, non siamo morti ma i nostri genitori hanno sicuramente avuto l’alibi che molte cose non si sapevano». 

L’attenzione per il cibo biologico e il cosiddetto km zero sono mode passeggere? «Ho l’impressione che si stia un po’ eccedendo con questa visione di salubrità a tutti i costi. Siamo più informati e consapevoli, ma anche figli delle mode. Prima di emulare, visti i costi ancora molto alti di questa tipologia di prodotti, è necessario conservare il senso critico e imparare a distinguere quanto ci propone il mercato».

Che giudizio dà dei casi sempre più numerosi di genitori che propongono menù vegani ai piccolissimi o pressano le istituzioni affinché vengano modificati i menù scolastici? «Questo è il classico esempio di esagerazione. Un adulto è liberissimo di mangiare quel che crede, ma ad un bambino in fase di crescita va assicurata una dieta variata, equilibrata e di provenienza certa. 

Fortunatamente, i controlli non mancano e situazioni del genere vengono prontamente segnalate alle autorità preposte».

L’attenzione che mettiamo nel periodo dello svezzamento è giusto che diminuisca quando i bambini vanno a scuola? «La fase dello svezzamento è importante, ma lo è anche trasmettere buone abitudini giorno dopo giorno. 

Se mangiamo male, mangeranno male anche i nostri figli nonostante l’impegno massimo dedicato alla preparazione dei pasti nella fase delle prima infanzia. Getto però un po’ di acqua sul fuoco: le merendine, per esempio. Sono nate alla metà degli anni Settanta grazie a marchi come Il Mulino Bianco, ma sicuramente la loro composizione è andata migliorando nel corso del tempo. Non le demonizzerei, ma nemmeno mi abbandonerei ad un loro consumo spropositato. Come sempre, vale la regola del buon senso: tutto fa male se si eccede. Non c’è bisogno di grandi studi per riuscire ad applicarla» 

Un consiglio ai neo genitori? «Uno solo: noi non siamo solo corpo, siamo anche spirito. E il cibo è soprattutto socialità. Il rischio è che si pensi ad eliminare ossessivamente il grasso dal prosciutto e non a garantire gioia e felicità al bambino che ci siede di fronte. 

Anche a tavola i nostri figli hanno bisogno di attenzioni, di non sentirsi trasparenti. Meglio una schifezza in più che un intero pranzo trascorso al telefono o con la testa da un’altra parte».

a cura di Alessandra Testa
giornalista, direttrice responsabile Girotondo

foto credits Leonardo Cendamo


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