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 Oggi su Girotondo parliamo di:

”Non possiamo acquisire idee, sentimenti, tecniche, se non quando le viviamo” John Dewey

bambini_carnevale.jpgGuarire facendo esperienza è possibile: nella “quotidiana messa in gioco” con i bambini, tanto in terapia quanto in ambito educativo-preventivo...

Io sono testimone della grande varietà di soluzioni e trasformazioni che l’esperienza diretta permette di trovare: delle vere e proprie strade di cura. Vi racconto di un bambino che oggi ha quasi trent’anni…

C’era una volta Adriano, 5 anni, affetto da una grave forma di asma farmaco resistente, talmente prostrato da sentire la morte come una condizione inevitabile e prossima, al punto che, quasi tutti i giorni, organizzava all’asilo il suo funerale, chiedendo ai compagni di essere seppellito in giardino. A casa, invece, si nascondeva e cantava nenie nelle quali andava ad immaginare di uccidere la madre imprigionandola, per esempio, in un sacco pieno d’api.

Sarà l’esperienza accumulata nei giochi nell’arco di un anno che gli permetterà un’altra scelta: quella di vivere.

Dopo sei mesi di terapia individuale, entra in un gruppo. Inizia a rendere giocabile la morte, facendosene il tramite, “l’angelo nero” che insegue gli altri bambini per portarli su una nave nera. Adriano sostituisce il destino che sentiva tragico con un personaggio. I segnali sono sempre più confortanti e le crisi respiratorie che erano settimanali si diradano ad una al mese.

Un giorno, però, Adriano non ha il solito aspetto, è pallido e non disposto al gioco. Ha una prima crisi respiratoria. Aiutato da una tirocinante, mi dedico completamente a lui. Quando la crisi si riacuisce gli chiedo se vuole andare via. Mi fa capire che non riesce ad andare avanti… mentre lo accompagno verso l’uscita, scorge su una mensola una palla azzurra sgonfia. Si ferma, sul viso sboccia un’espressione di rinnovato interesse. Mi chiede quella palla. Esaudisco il suo desiderio.

All’improvviso esiste solo quella palla. La esplora, sceglie due tulle, uno nero e l’altro rosa, con cui confeziona una bomboniera ove ripone con cura la palla che mi porgerà dicendo: «Questa è la mia torta». Quella palla sgonfia, priva d’aria, lo rappresenta. E proprio quella palla è ciò che mi sta affidando. Sono diventato custode di un oggetto prezioso e, per rimarcarlo, erigo una torre e vi ci piazzo in bella vista “la sua torta”. Adriano prima inizia a cercare di abbattere la torre, poi torna a fare il fantasma ma, questa volta, come copertura sceglie una stoffa azzurra, lo stesso colore della “torta”. Vi si nasconde e inizia a girare alla cieca nella stanza, trasformato in un pesante angelo azzurro.

Che fare? Prendo la torta e la riporto al suo stato di palla sgonfia, palla a cui restituire l’aria, il respiro. Ne ho quasi terminato il gonfiaggio quando “l’angelo azzurro” mi guarda scandalizzato: «No! Quella palla – dice – non può essere salvata, altrimenti come può continuare a proteggere sua madre?».

La malattia respiratoria, infatti, aveva colpito il bambino quando sua madre entra in crisi rispetto alle sue capacità genitoriali, criticata dalla nonna. Ne è conferma una frase che le aveva detto il figlio: «Mamma, non ti preoccupare ora sono malato, così tu sai cosa fare»…

Torniamo al gioco. Lo faccio entrare in contatto con la palla ora gonfia. Inizia a urlare che non riesce a respirare, che gli manca l’aria. Allora la ripongo e a lui nasce l’idea di un viaggio avventuroso.

Seguo le sue indicazioni e lui prende due spade, un arco, un vestito da cavaliere, una corda. Il cammino si snoda nella sala con alcune incertezze sino alla fine, quando, prima di riaccompagnarlo dalla madre, gli appoggio in grembo la scandalosa palla… Adriano la guarda e, sorridendo, esce dalla sua “navicella”.

Nel gioco, Adriano ha fatto esperienza diretta, ha vissuto intensamente un’altra modalità di sostegno imparando che se lui fosse tornato a respirare gli adulti sarebbero stati capaci di farcela senza bisogno della sua malattia.

Nei mesi a seguire, mentre anche la madre stava impegnandosi in un percorso di analisi personale, Adriano non ha quasi più avuto crisi che di lì a un anno sono scomparse del tutto.

a cura dott. Claudio Buccheri
psicomotricista, TNPEE, formatore, supervisore e tutor

Gli apprendimenti sono un gioco!

bimbi_in_vacanza_02.jpgLa motivazione e il gioco sono da sempre il motore che traina tutti gli apprendimenti sin dalla prima infanzia.

Ma come è possibile trasportare il gioco, e quindi l’interesse motivato nel fare qualcosa che provoca piacere, anche negli apprendimenti scolastici? Oggi è possibile far svolgere ai bambini dei percorsi laboratoriali legati al gioco-apprendimento, appositamente pensati per lo sviluppo e gli apprendimenti scolastici, dove una o più specialiste in compresenza lavorano su diversi aspetti a questo funzionali.

Laboratori svolti un piccolo gruppi (dai 3 ai 5 bambini) sono l’ideale per lavorare efficacemente attraverso il gioco e stimolare aspetti cognitivi legati all’attenzione, alla comprensione matematica o del testo scritto, sulle nozioni numeriche e sulle capacità di problem solving. Attraverso i laboratori è possibile acquisire molte competenze. Giocando sarà più semplice comprendere e imparare la struttura della lingua italiana o di una lingua straniera, sperimentare gli aspetti psicomotori dello sviluppo (così importanti per le acquisizioni scolastiche) e, non per ultimo, affrontare ed esorcizzare le emozioni, aspetto sempre complesso da gestire per i bambini di qualsiasi età (e spesso anche per gli adulti).

La pratica laboratoriale riveste la funzione importante di dare risposte adeguate per migliorare l’aspetto relazionale di ogni bambino e per facilitare l’acquisizione di nuove conoscenze ed abilità che si poi potranno svilupparsi in competenze. Per questo motivo è fondamentale assicurare il “protagonismo” dei bambini che partecipano ai laboratori. Imparare è, infatti, un processo attivo e come tale richiede una serie di attività di elaborazioni e di costruzioni dei saperi da parte di chi apprende, nozioni che si andranno ad aggiungere al bagaglio di competenze che il bambino ha già incamerato.

Ecco allora che lo studio professionale non è più solo un luogo di terapia a carattere individuale, ma diventa uno spazio ludico dove mettere in gioco le proprie emozioni ed apprendere, attraverso esperienze condivise e divertenti. In questo modo, i bambini imparano giocando e senza fatica alcuna mentre le specialiste presenti non vengono vissute come figure distanti, ma assumono un ruolo integrante, mettendosi per prime allo scoperto, nell’attività ludica dei bambini e rispetto alle loro emozioni, alle proprie ricchezze e fragilità. Perché, non lo dimentichiamo, è solo dal confronto che ognuno può apprendere dalle esperienze dell’altro.

cura dott.sse Simona Arletti, Deborah Santi e Greta Bolognesi
psicomotricista funzionale - psicologa - logopedista

Come comunichiamo noi adulti con i nostri bambini? cosa è davvero importante?

bimbo_e_papa_04.jpgOgni nostro atto è comunicazione e prenderne coscienza ci permetterebbe sempre più di entrare in contatto con la necessità di essere adulti consapevoli di sé e, quindi, in grado essere presenti a ciò che il nostro stare di fronte ai bambini comunica loro.

Attenti non solo alle parole che usiamo ma, soprattutto, a quei registri sottili fatti di toni della voce, posture corporee, rigidità muscolari, sguardi e molti altri parametri non verbali che sono la maggior fonte di informazione cui il bambino si abbevera per comprendere la verità di quanto stiamo loro comunicando.

Questo è un esercizio cui il bambino è già avvezzo dal periodo prenatale quando dialogava sia con la madre che con lo spazio circostante tanto col movimento che con la fisiologia, iniziando a costruire parte di quella memoria corporea che alle volte determina i destini di alcuni di noi ben prima che si giunga all’orizzonte della coscienza, costringendoci a replicare copioni familiari ereditati dai nostri genitori e a cui si rimane fedeli sino al momento in cui, divenuti consapevoli di ciò, si decide di rompere il vincolo, divenendo padroni delle proprie scelte.

Il rischio maggiore che si corre nel non sapere a che punto si sia nell’elaborazione della propria storia è il passaggio non filtrato ai bambini di contenuti potenzialmente, se non direttamente danneggianti, quanto meno destabilizzanti.

Di per sé la relazione d’amore che ci lega ai nostri figli non basta da sola a proteggerli da quanto ci ha colpito durante la nostra infanzia.

Per tale ragione ricreare un processo comunicativo ci pone di fronte alla necessità di leggere i molti registri attraverso cui prende forma il contenuto che stiamo per porgere a coloro che, contrariamente alle attese, sono interlocutori complessi già nei primi mesi di vita.

Si pensi solo a quante volte, in situazione di disagio relazionale dei genitori, siano proprio i neonati “a prendere l’iniziativa” ammalandosi in modo grave tanto da portare l’attenzione su di loro, distraendoli in tal modo dal loro conflitto, cercando di ricreare le premesse di quell’alleanza genitoriale di cui hanno istintivamente bisogno.

Utilizzo quest’esempio, certamente estremo, per porre alla nostra attenzione che se vogliamo sviluppare una comunicazione in grado di accompagnarli nella crescita, innanzitutto, abbiamo la necessità di riconoscerne la dignità di interlocutore sin da subito, per quanto sia per noi difficile leggere in quei vagiti, in quei movimenti qualcosa di più significativo di un richiamo ai soli bisogni primari legati alla sopravvivenza.

A fronte del quadro sin qui delineato, sembrerebbe improbabile trovare almeno un punto sul quale fondare una qualche comunicazione se prima non si sia compiuto un processo di consapevolizzazione della propria storia. Personalmente, i bambini mi hanno insegnato, attraverso il perdono dalle mie mancanze, che le fondamenta di una comunicazione efficace stanno nell’essere veri di fronte a loro, senza giocare una parte mettendo in campo tanto le proprie debolezze quanto le proprie risorse così da essere interlocutori affidabili prima ancora che credibili.

E credetemi, in una società sempre più votata alla spettacolarizzazione immaginaria del proprio vivere intessuto di bit sociali, una verità pulsante nei corpi può essere veramente un atto di riappropriazione rivoluzionaria del proprio diritto alla vita.

a cura dott. Claudio Buccheri
psicomotricista, TNPEE, formatore, supervisore e tutor

Genitori, nonni, zii... ma che aspettate a battere le mani?

bambini.jpgProprio a poca distanza dalla morte di Dario Fo riflettere sulla televisione come “buona o cattiva maestra” risulta stimolante poiché ci ferma alle nostre responsabilità di adulti.

Ragionare di quali potrebbero essere i contenuti TV più consoni alla crescita di un bambino mi sembra una falsa questione, quasi che una dipendenza dovesse trovare un modo di sciogliersi mutando l’oggetto della dipendenza stessa. Se le dipendenze parlano di assenze di cui cercano sostituti, appare chiaro che se non si risponde alla mancanza, si sostituisce solo la sostanza.

A 52 anni posso dire di aver assistito alla mutazione antropologica di un elettrodomestico che, da strumento agglutinante, come insegna Tullio De Mauro, di una cultura nazionale in via di formazione, è diventata il simulacro di una società decaduta in tutti i suoi valori di solidarietà, dedita alla celebrazione narcisista e al raggiungimento del proprio interesse individuale.

L’elettrodomestico, pur mutato nelle forme e nella componentistica, di per sé non ha nulla di malvagio, tuttavia, ciò che è cambiato è stata la sua progressiva centralità nel quotidiano di un tessuto, prima sociale poi familiare, sempre più isolato e disorientato. Orwell l’aveva anticipato senza sbagliarsi di molto: omologazione e controllo fanno di ognuno di noi gli oggetti ideali di un sistema che ci vuole desideranti produttori/consumatori di beni materiali e immateriali finalizzati a renderci soggetti sempre più distanti da un pensiero critico e individuale.

In tutto questo dove finiscono i bambini? In un “buco nero” nel quale i molteplici supporti elettronici diventano sostituti genitoriali virtuali a cui affidiamo i nostri figli nei momenti di stanchezza, per poi magari lamentarcene quando cerchiamo richiamare la loro attenzione “possibile che tu sia sempre attaccato a quel coso?

Non credo che sia l’elettrodomestico l’oggetto da bonificare, bensì il nostro quotidiano, costantemente minacciato da “paure sociali indotte” e affanni quotidiani che ci portano ad una drammatica mancanza di tempo, conseguenza che c’impedisce in primis, di costruirci un pensiero critico su quanto accade intorno e dentro noi e ai nostri figli.

In questo trambusto, la televisione, i tablet, gli smartphone possono costituire il mezzo per ciò che Lacan chiamava “il discorso del padrone” e che Dario ci mostrava come avesse agito nel corso dei secoli… sta a noi usarli come eccellenti strumenti di libero pensiero in grado di metterci in contatto con storie, prodotti dell’ingegno umano e naturale d’incredibile potenza.

È nostra responsabilità emanciparci in quanto adulti dal senso comune aiutando i nostri figli nella costruzione di uno spirito critico, senza cercare di “insegnare ai bambini”, ma condurli verso un loro pensiero autonomo… per dirla con Gaber: “Non insegnate ai bambini, non insegnate la vostra morale è così stanca e malata, potrebbe far male […] non indicate per loro una via conosciuta, ma se proprio volete, insegnate soltanto la magia della vita […] Non insegnate ai bambini ma coltivate voi stessi il cuore e la mente, stategli sempre vicini, date fiducia all’amore, il resto è niente”.

a cura dott. Claudio Buccheri
psicomotricista, TNPEE, formatore, supervisore e tutor

 

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