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 Oggi su Girotondo parliamo di:

educare alla curiositá: il ruolo dei genitori

bambini_felici2.jpgUna definizione di cultura viene indicata dalla Treccani come «l’insieme delle cognizioni intellettuali che, acquisite attraverso lo studio, la lettura, l’esperienza, l’influenza dell’ambiente e rielaborate in modo soggettivo e autonomo diventano elemento costitutivo della personalità… ».

Spesso nel nostro gergo linguistico usiamo l’espressione “bagaglio culturale”, una meravigliosa metafora che rappresenta qualcosa di particolarmente complesso da definire e che comprende molteplici dimensioni. Questa apparentemente semplice immagine metaforica racchiude, proprio come un bagaglio o una valigia che viene passata di generazione in generazione, profumi di tempi e terre lontane, storie e racconti passati, sensazioni al tatto di leggerezza o di pesantezza, espressioni e ricordi dolorosi o gioiosi. Racchiude non solo una dimensione temporale delle cose che sono state e che saranno, ma anche una dimensione emotiva legata alle relazioni e ai ricordi, una dimensione cognitiva di cose apprese ed infine una linguistica comunicativa delle cose che saranno trattenute e di quelle che invece verranno tramandate.

La cultura affonda le sue radici nel passato, ma è costantemente in divenire; è estremamente dinamica.

Essa riflette nel tempo il potere trasformativo dell’uomo, delle sue idee e della sua natura. Riflette il cambiamento che un popolo è capace di affrontare nel tempo.

La cultura è anche una compagna di viaggio silenziosa, rispettosa, che ci guarda crescere fin da bambini e che timidamente aspetta di conoscerci. Ed è proprio qui, che noi genitori in primis abbiamo il dovere di creare i presupposti per garantire un buon incontro e lo sviluppo di una sana relazione con i nostri figli.

Siamo noi ad avere un ruolo fondamentale nella stimolazione della curiosità culturale dei nostri figli perché noi rappresentiamo per loro un vero e proprio filtro sociale. 

Prima della scuola, dello stato, della politica, siamo noi genitori i principali intermediari tra i nostri figli e la società nella quale viviamo e, pertanto, i primi a costruirne per loro linguaggi, significati, regole e conoscenze. 

Perché i bambini non nascono membri della società: piuttosto, nascono predisposti alla socialità, diventandone poi membri attraverso un lungo e complesso processo che viene definito “socializzazione”; entrano gradualmente a far parte di in un tessuto sociale e culturale già esistente e strutturato, con il quale possono imparare a relazionarsi e ad individualizzarsi trovando una propria collocazione sociale, grazie anche al nostro orientamento.

L’apprendimento infantile pone le proprie basi sulla ripetizione e sull’imitazione di diversi schemi (verbali, comportamentali, relazionali).

Pensiamo per esempio ad un bambino che si immagina di guidare la macchina muovendo le braccia a destra e a sinistra come se impugnasse un volante: questo comportamento viene appreso spontaneamente dall’osservazione e dall’imitazione del papà che lo accompagna a scuola tutte le mattine in macchina.

Se, oltretutto, l’apprendimento di quest’azione avviene dentro una relazione positiva con il proprio genitore aumentano le probabilità che il bambino voglia ripetere l’azione stessa perché associata a qualcosa di gradevole o piacevole. Con questo esempio intendo dire che se noi adulti siamo i primi a mostrare interesse e ad associare emozioni positive rispetto alla conoscenza, alla curiosità verso l’altro e verso l’ignoto, verso la nostra cultura e verso le altre, i nostri figli crescendo faranno lo stesso. Penso che il tutto si possa riassumere con questa frase: educare alla cultura significa educare alla curiosità.

a cura dott.ssa Patrizia Valenti

psicologa, psicoterapeuta

la cultura crea la mente

bimba_bolle_sapone_01.jpgSecondo lo psicologo statunitense Jerome Bruner lo sviluppo cognitivo è strettamente correlato allo sviluppo culturale, ma quindi quanto è importante la cultura e come possiamo essere partecipi della nostra cultura di appartenenza imparando e includendo le altre culture? Il linguaggio resta dalla teoria di Bruner in poi, il mezzo principe per diffondere e condividere la propria cultura.

In alcuni dei suoi studi sulle popolazioni indigene, Bruner notò come i bambini venissero invogliati a partecipare a tutte le attività delle quali si occupavano gli adulti, contribuendo in maniera adeguata alla propria capacità e alle proprie competenze. In quelle popolazioni i bambini avevano poche domande per gli adulti che non riguardassero gli estranei alla loro tribù, quasi come se avessero tutto chiaro di quello che li circondava, e cosa ancora più importante durante l’adolescenza non attraversavano quella fase critica di ribellione nei confronti degli adulti...

Questo a mio parere è esemplificativo di come il tramandare con serenità, valori, usi e costumi, possa far sentire i bambini e i ragazzi “al proprio posto” nel mondo, farli partecipare alla vita quotidiana, alle mansioni di tutti i giorni, alla preparazione ai riti e metterli a conoscenza dell’esistenza tradizioni, può contribuire a crescere degli adulti più consapevoli che hanno delle radici ben salde sulle quali contare e possono permettersi di allungare i propri rami verso i più ampi spazi senza vacillare, senza sentirsi persi.

In questo periodo l’argomento cultura mi è particolarmente caro, quando nel mondo c’è così tanta ricchezza culturale da condividere con chi ha le tasche così vuote e gli occhi così pieni di esperienze spaventose, in questo periodo così intenso e pieno di cambiamenti insegnerò a mio figlio che da sempre i popoli si sono spostati nel mondo in cerca di luoghi con maggiori risorse, lo hanno fatto gli uomini primitivi dai quali discendiamo tutti, lo fanno ancora adulti, mamme e papà e bambini, quegli uomini, quei bambini, sembreranno diversi ad una prima occhiata, ma proverò ad insegnare a mio figlio che la curiosità arricchisce di più della paura e della diffidenza, che quella mamma potrei essere io, quel bambino potrebbe essere lui, e che insieme a loro la nostra cultura può essere più ricca e colorata...

a cura dott.ssa Annalisa De Vincenzo

psicologa, psicoterapeuta

per fortuna non siamo duri come il cemento

bambini_felici3.jpgA volte nel mio lavoro di terapeuta con gli adulti mi sento dire: «… Ma questo è successo quando ero piccolo, quindi non può avere influito sul mio carattere…». Nulla di più sbagliato.

Gli eventi condizionano lo sviluppo psico fisico dei bambini a partire dalla gravidanza.

Ci sono studi che evidenziano come il feto sia già in grado di percepire suoni e luci, ma non solo. Il feto è in grado di captare i messaggi “chimici” che viaggiano nel sangue della mamma. In questo modo lo stress e il benessere materno durante la gravidanza sono fattori che possono influire sulla crescita del bambino.

Una volta nato il bambino assorbe come una spugna tutto quanto lo circonda, sguardi, relazioni, parole, schemi di comportamento e tanto altro ancora. Per capire meglio queste dinamiche proviamo a farci aiutare da una metafora.

In edilizia si usa il cemento, un materiale che all’inizio è liquido e viene colato in stampi che gli danno la forma desiderata. Mano a mano che si asciuga, si indurisce e non cambia più forma. Se mentre è ancora morbido lo calpestiamo, la nostra impronta vi rimarrà incisa per sempre, come le impronte dei divi sulla passeggiata di Hollywood.

Una volta indurito, per modificare il cemento è necessario usare le maniere forti. Le persone seguono più o meno lo stesso percorso!

Da piccoli sono plasmabili, come se fossero liquidi, prendono la forma del contenitore che li accoglie: la famiglia, i genitori, i nonni, il loro contesto sociale. Crescendo la capacità di essere modificati dall’ambiente cala, e la forma, e dunque la personalità, diventa sempre più definita.

Questa metafora ci aiuta a capire come le esperienze della vita, le relazioni, le parole di chi cresce un bambino possano avere tanta più influenza quanto più avvengono in età precoce.

Una certezza di cui dobbiamo sempre tenere conto nella nostra condotta da genitori o educatori.

Se non ci sono ricordi cognitivi di qualche evento importante avvenuto in tenera età, probabilmente se ne possono trovare tracce nella “memoria corporea” della persona.

C’è poi il momento magico dell’adolescenza in cui le forme sono più o meno definite, ma la personalità è ancora morbida e plasmabile dagli incontri, dalle relazioni che si hanno, un momento in cui ci sono grandi occasioni di crescita e cambiamento.

Fortunatamente, le persone non sempre arrivano ad essere così dure come il cemento, ma conservano ampi spazi di “morbidezza” per continuare a cambiare anche in età adulta.

a cura dott.ssa Annarita Piazza

psicoterapeuta biosistemica, EMDR

trovare il tempo per costruire la nostra cultura familiare

portare-bambini-01.jpgLa cultura (nel senso etimologico del termine, colêre, ovvero coltivare) familiare svolge una funzione fondamentale nella crescita di un figlio. Ogni famiglia trasmette ai suoi membri la propria cultura, ovvero l’insieme delle credenze, norme, vissuti e tabù che si tramandano di generazione in generazione all’interno di essa.

Ognuno di noi porta con se questi retaggi che, molto spesso, vengono passati ai propri figli inconsapevolmente. Quante volte vi siete trovati a ripetere o volutamente a non ripetere con i vostri figli azioni o pensieri che provenivano da figure fondamentali della vostra infanzia?

Nelle chiacchiere comuni si sente spesso dire “Anche io da piccolo ero come lui/lei”, riferendosi al figlio, quasi come se si trattasse di un “marchio di fabbrica”, di una genetica caratteriale che si tramanda. Quello che si tramanda, oltre al patrimonio genetico, è il patrimonio culturale, non nel senso del sapere, ma nel senso di tutto quello che nelle mie relazioni primarie mi ha segnato profondamente e che ha indirizzato la mia vita nelle scelte più importanti.

È a partire da questo humus che coltiviamo i nostri figli ed è da lì che loro trarranno spunto. Nessuno di noi ha potuto scegliere questo humus, ci è stato dato, proprio come ai nostri figli. Quello che si può fare è imparare a riconoscere il proprio e cercare di trasmettere soltanto quello che pensiamo possa veramente avere un valore.

Questo necessita certamente di un lavoro, ovvero di dedicarvi tempo ed energie, elementi necessari per coltivare una relazione e che i figli possano riconoscere come valore. Si deve quindi dedicare loro la nostra presenza, la nostra cura, affinché possano nutrirsi, non tanto di un sapere, ma della nostra attenzione nei loro riguardi in quanto individui unici.

La cultura familiare è inoltre certamente influenzata dalla cultura della società in cui essa è immersa, la quale, nel nostro caso, da sempre maggior valore all’efficacia ed all’efficienza, facendoci così correre il rischio di considerare anche le relazioni in questi termini. Si fanno sempre più cose, si è incalzati, il tempo, in senso cronologico, è sempre poco. Si è di fretta. Difficile resistere a questo turbinio ed il rischio è di non avere tempo per i figli, anch’essi spesso iper impegnati.

La cultura familiare troverebbe invece terreno più fertile nell’uso del tempo cairologico, ovvero il tempo del momento opportuno, che ci permette di avere la testa lì dove siamo e non altrove. Un tempo che, pur nella difficoltà, è responsabilità di noi genitori riuscire a trovare.

a cura dott. Cristiano Lastrucci

psicoterapeuta

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