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 Oggi su Girotondo parliamo di:

quale cultura insegnare ai bambini?

bambini_scuola_02.jpgQuando si parla di cultura si intende, generalmente, l’insieme di usi e costumi che caratterizzano un determinato popolo, un complesso di conoscenze da trasmettere alle generazioni successive.

C’è quindi una componente legata alla tradizione e al passato, ma anche al sapere che si sviluppa nel presente con sempre maggiore rapidità (non a caso viviamo nella cosiddetta “società della conoscenza”) e che contribuiscono a creare il bagaglio culturale che ciascuno porta con sé, inteso come insieme di conoscenze e competenze (ciò che sappiamo e che sappiamo fare).

Quale cultura insegnare ai bambini?

È meglio concentrarsi sul tramandare il passato o è preferibile preparare al futuro? In caso di influssi culturali diversi in famiglia, quali scegliere?

Sono domande che i genitori (e i nonni) si pongono spesso, soprattutto quando si tratta di mettere insieme stimoli diversi, come se dovessero necessariamente escludersi a vicenda. Facciamo qualche esempio: meglio i racconti del nonno in dialetto o un corso di inglese? Imparare a fare la torta di mele con la ricetta segreta della nonna o frequentare un laboratorio di robotica? Altri ambiti di possibile discussione possono essere legati al cibo, all’educazione religiosa, alle “regole” per la nanna (come ad esempio una diversa valutazione del lettino, del co-sleeping, il dormire insieme), fino al pranzo della domenica in famiglia, tradizionale per alcuni, superfluo per altri.

Forse, allora, più che di cultura sarebbe più opportuno parlare di culture, intese come varietà di influenze, saperi e tradizioni che siano comprensive di una molteplicità di aspetti, come il territorio dove si vive, la provenienza dei genitori e dei nonni, le diverse usanze, i saperi e i saper fare: un insieme di stimoli che non si escludono reciprocamente, ma possono formare un continuum variegato che contribuirà ad arricchire il bagaglio culturale dei nostri bambini, affinché dalla varietà di stimoli possano comprendere il rispetto per le diversità e la curiosità per il sapere.

Forse occorre riappropriarsi dell’origine del termine cultura, che deriva dal latino colere, coltivare, perché la cultura e l’amore per il sapere sono qualcosa da coltivare, nutrire, fare crescere e di cui prendersi cura, con apertura verso il futuro e rispetto verso il passato. Cultura, quindi, non solo intesa come sapere specifico, ma come desiderio di conoscere e coltivare saperi e saper fare diversi fra loro, in un’ottica di apprendimento e di arricchimento continui per i nostri figli e per le generazioni future.

a cura dott.ssa Camilla Targher 

formatrice, pedagogista e mediatrice familiare

educazione inclusiva: la cultura della reciprocitá

bimbo_e_mamma_01.jpgQuando si pensa alla crescita, spesso ci concentriamo sul percorso individuale: obiettivi, fatiche, successi.

Tuttavia è importante ricordare che il contesto, la sinergia tra ambiente, relazioni, visione sociale e culturale, ha un impatto evolutivo fondamentale.

Noi adulti abbiamo l’opportunità e la responsabilità di creare contesti di crescita sicuri, accoglienti, aperti alle differenti identità che li abitano. Se siamo in grado di fare questo, stiamo costruendo, di fatto, una cultura inclusiva, che rispetta e valorizza nei gruppi le diverse identità e bisogni, le potenzialità creative ed evolutive. Stiamo, anche, trasmettendo un’eredità empatica, cognitiva e pratica: educhiamo, cioè, futuri adulti capaci di intessere relazioni ecologiche ed equilibrate, di agire in modo convergente per il senso civico e la collettività, verso una società in cui trova spazio la pluralità.

L’educazione inclusiva è un modello pedagogico e culturale che propone esperienze di reciprocità, intorno all’accoglienza delle divergenze, alla valorizzazione delle diverse abilità e alla condivisione di contesti non giudicanti e cooperativi. Se sentiamo che questi principi ci corrispondono, che sono importanti, in che modo possiamo trasformarli in azioni concrete? Come essere, ogni giorno, un punto di riferimento educativo, a casa o a scuola?

Poniamoci domande. Riflettere su quanto ci mettiamo in gioco, in prima persona, è un ottimo punto di partenza: io pratico una cultura inclusiva? E come? Quando? Come mi avvicino a chi è diverso da me? Come gestisco divergenze e conflitti?

Diventiamo facilitatori di esperienze inclusive: creiamo opportunità di gioco e comunicazione, tra bambini e bambine con storie e culture differenti.

Come genitore, posso lasciare ai miei figli la libertà di avvicinarsi e conoscere le diversità. Posso aiutarli ad essere aperti, osservando e ponendo domande rispettose. Posso dare il mio esempio per sensibilizzare alla parità di diritti e all’equità.

Come insegnante, posso divenire più consapevole del mio modo di includere: in classe, con le famiglie, con i colleghi. Posso formarmi e inserire nella didattica attività cooperative, creative, espressive. Posso dedicare momenti agli alunni, in cerchio, per comunicare praticando il rispetto e il non-giudizio. Queste azioni sono alla portata di tutti.

Agire una cultura inclusiva è possibile, traducendo concetti astratti, diritti, educazione, accessibilità, partecipazione, in gesti che possiamo davvero fare: qui, ora. Fatto questo, il resto può solo migliorare.

a cura dott.ssa Estella Guerrera

psicologa, psicoterapeuta espressiva, arte terapeuta

mettiamo le ali alle nostre radici

bambino_natura_02.jpgLe nostre radici culturali dominano il quotidiano di ciascuno di noi: gesti, parole, azioni, tutto è attraversato dalla nostra cultura di origine, dagli apprendimenti che abbiamo ricevuto e sperimentato durante la crescita nel nostro nucleo familiare e sociale. Apprendimenti talmente profondi da essere presenti in tracce solide tanto da resistere alle emigrazioni: la tradizione enogastronomica, l’amore per il buon cibo, il gesticolare mentre si parla e l’attenzione per la famiglia sono anch’esse le caratteristiche sociali che ben ci rappresentano in tutto il mondo, e ci contraddistinguono, e talvolta ci contrappongono ad altri tratti nazionali, come il self control anglosassone britannico.

Cultura e tradizione sono due parole bellissime che ben raccontano la complessità del meccanismo che ci permettere di vivere attraversati dai nostri contenuti originari ai quali consentiamo di lasciare tracce ovunque andiamo; la cultura è ciò che viene seminato, ed è allo stesso tempo sia il frutto della tradizione, sia l’origine della tradizione stessa, perchè la cultura è viva, ed in quanto tale si nutre di cambiamenti, di scambi, di nuovi intrecci. Questo accade in natura e analogamente avviene in società.

La tradizione è l’insieme dei contenuti che vengono tramandati di generazione in generazione e che spingendosi verso il futuro contribuiscono a consolidare l’identità di una nazione, partendo in primis dall’individualità di ogni persona, per poi rappresentare ogni piccolo paese o città, in un sistema piramidale che si proietta verso l’alto e verso l’altro, per raggiungere un’armonia di intenti che è quella di manifestare un senso identitario di appartenenza ad una comunità lasciando un’impronta collettiva riconoscibile ovunque.

La famiglia è ua piccola società, ed anche all’interno della famiglia si possono sperimentare i concetti di cultura e tradizione, passando attraverso le modalità comunicative, di cui abbiamo letto in Lessico famigliare di Natalia Ginzburg: la bellezza di condividere in famiglia un codice segreto, un’abitudine comunicativa che all’occorrenza possa restare indeciofrabile a chi non appartiene ad essa. Garantisce soprattutto ai più piccoli in età evolutiva, quel senso di protezione, di matérnage, di calore familiare che tanto rassicura dai pericoli e dal timore suscitato dal mondo esterno ancora sconosciuto e inesplorato.

La tradizione e la cultura sono un patrimonio prezioso da difendere e custodire, ed è possibile farlo solo avendone compreso l’essenza, vivendo il proprio territorio, educando i nostri figli alla curiosità per le scoperte che esso ci può riservare e soprattutto insegnando loro il rispetto per il sacrificio con cui questi valori sono stati edificati e tutelati tanto da giungere integri nel corso dei secoli fino a noi.

E ricordando insieme a loro che le radici familiari e sociali legate alla propria terra sono il frutto di contaminazioni, di unioni e di convergenze verso un obiettivo comune: il progresso.

Educare i bambini e i ragazzi alla cultura significa insegnare loro la capacità di assumere la piena consapevolezza della diversità e la capacità di riconoscerne la bellezza, imparando a non temere le differenze.

Solo così potranno mettere le ali alle loro radici e ritrovare sempre la strada di casa.

«Ci sono due cose durevoli che possiamo lasciare ai nostri figli: le radici e le ali»

(proverbio cinese)

a cura dott.ssa Antonella Gazzellone

medico chirurgo, pedagogista clinico, esperta in scienze criminologico forensi

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