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 Oggi su Girotondo parliamo di:

a ogni cultura il suo linguaggio

bambini_gioco_03.jpgCultura culla coltura colla… una parola che arriva da lontano e ha modificato il suo significato nel tempo. Deriva da coltivare; ed è questo percorso dal campo al frutto che vorrei fare con voi. Un bambino è in una cultura e può essere a sua volta cultura, frutto di una mano che ha seminato una terra felice di accogliere quella vita che ha saputo trasformare in un frutto unico, irripetibile e in continuo divenire. Perché la coltivazione dia buoni frutti è necessario che ci siano dei presupposti: qualcuno con la volontà di seminare, di investire sul futuro… ma non basta; una terra sufficientemente fertile che voglia partecipare a questa creazione… ma non basta; dei semi scelti tra tanti altri… ma non basta…

Ci vuole un sogno, un’idea, un progetto che possa immaginare tutto questo e che venga nutrito con coraggio e fiducia. Il bello di questo sogno è che non arriva mai a realizzarsi del tutto e così crea un percorso che ha un inizio ma poi continua non si sa fino a quando.

Un bambino nasce già nella sua cultura culla, conosce la melodia della sua lingua, conosce gli odori dei cibi, e crede che lo aspetti qualcosa di buono, di positivo da scoprire piano piano; non da solo, ma con che gli è vicino. Non è un vaso da riempire, è una strada da percorrere. Anche chi percorrerà questo percorso di cultura con lui non sarà più lo stesso. Che cos’è la nostra cultura? Come si tramanda?

Qua qua, coccodè, chicchirichì non hanno bisogno di essere spiegate, eppure dai nostri vicini di confine vengono prodotte diversamente.

Per prendere spunto da una canzoncina infantile Il coccodrillo come fa? forse, non tutti sanno che un coccodrillo italiano che si mangia la sua preda in un sol boccone fa: “gnam”, uno inglese farà “snap”, uno spagnolo: “clap” e uno tedesco “klap”!

Nei cartoni animati può succedere che un animale prenda il nome del suo verso, come l’asinello di Winnie The Pooh che si chiama Eeyore che nella lingua inglese è il verso dell’asino.

Quindi anche gli animali, così come gli uomini, non parlano la stessa lingua in tutto il mondo! In ogni Paese il suono che producono è associato a suoni umani diversi.

Ogni lingua, infatti, cerca di imitare i versi degli animali con i suoni di cui dispone e che risultano semplici anche per un bambino, ossia le consonanti e le vocali più utilizzate in quella specifica lingua…

e tutto questo è anche una questione di cultura!

a cura dott.ssa Gabriella Saladini

logopedista

insegnare a parlare ai bambini: un’esperienza irripetibile

bambina_gioco_01.jpgDal momento della nascita ogni bambino inizia a costruire la rete di connessione neuronale che costituirà la sua mappa cognitiva mentale.

Il bambino deve essere incoraggiato e stimolato alla conquista delle autonomie personali e domestiche ma deve anche essere guidato ad associare il maggior numero dei suoi pensieri a parole e frasi ovvero codificare verbalmente oggetti e azioni abituali. Il bambino ascoltando il linguaggio verbale deve essere in grado di evocare rapidamente rappresentazioni mentali.

Tutti i bambini alla nascita posseggono le analoghe potenzialità ma di grande importanza è l’ambiente, il contesto in cui il bambino fa le sue esperienze. Il primo contesto è la famiglia, il secondo la società, il terzo la scuola.

Il linguaggio è la capacità di codificare il pensiero, cioè di trasformare il pensiero in una forma fisica udibile o visibile per poterlo condividere e comunicare ad altri. Il linguaggio orale e scritto è costituito simultaneamente da: funzioni o scopi per cui il linguaggio é usato; contenuti di pensiero (gli argomenti ciò che si vuole dire); forme linguistiche ovvero le parole e frasi più appropriate per esprimere un concetto.

Le relazioni logiche rappresentano i mattoni con i quali saranno costruiti i più complessi schemi logici che sono le chiavi di accesso al linguaggio-discorso.

Occorre far iniziare i bambini a denominare adoperando oggetti comuni e guidare i bambini al maggior numero di relazioni logiche: azione o funzione, parti, attributi, classi e sottoclassi, paragone, spazio ecc... la descrizione rappresenta il primo schema logico.

Dato il nome di una cosa il bambino deve evocare una o più azioni o funzioni. Esempio: che cosa si fa con la bocca. E con una bambola?

Data un’azione o funzione il bambino deve essere in grado di rievocare uno o più oggetti: sai dirmi il nome di una cosa che serve per mangiare?

Prima dell’ingresso alla scuola primaria il bambino deve essere invitato a riflettere sulle cose attraverso esperienze concrete, deve saper fare.

Data un azione il bambino deve rievocare il maggior numero di cose: prova a dirmi tutte le cose che ti vengono in mente che servono per mangiare...

Dato un oggetto trovare una o più sue parti: sai dirmi di quali parti si compone la testa?

Data una parte ritrovare l’oggetto: sai dirmi il nome di una cosa che ha gli occhi?

Data una parte il bambino deve rievocare il maggior numero di cose: mi elenchi tutte le cose che ti vengono in mente che hanno gli occhi?

Trovare gli attributi di un oggetto: sai dirmi come può essere un albero?

Dato un attributo il bambino deve evocare la cosa: sai dirmi il nome di una cosa che è rotonda?

Dato un attributo il bambino deve rievocare il maggior numero di cose: mi elenchi tutte le cose che ti vengono in mente che sono morbide?

La capacità di parlare con chiarezza precisione iniziando da cose conosciute, garantisce alle giovani menti il possesso di numerose relazioni logiche da applicare poi a cose conosciute ma non presenti e infine a cose sconosciute.

Con l’ingresso alla scuola primaria le giovani menti impareranno l’uso di schemi logici scritti da applicare a contenuti nuovi, astratti e lontani nello spazio/tempo.

Un’educazione all’uso del linguaggio-discorso, ben programmato fino dagli anni della scuola dell’infanzia e proseguita nei primi anni della primaria, rappresenta la base per una positiva evoluzione cognitiva, affettiva, sociale di tutti i bambini.

(Testo tratto da Insegnare a parlare Jacqueline Bickel)

a cura dott. ssa Morena Manzini

logopedista, counselor relazionale

come comunicano e socializzano con noi adulti i bambini?

bambina_denti_08.jpgDurante lo sviluppo del bambino siamo soliti portare l’attenzione principalmente al linguaggio verbale. Il linguaggio verbale è una modalità di comunicazione, ma ne rappresenta solo il 7%, mentre il restante 93% è di natura non verbale.

Il primo assioma della comunicazione indica, infatti, che non si può vivere senza comunicare. Diventa così importante valutare il grado e la competenza comunicativa del bambino durante il suo sviluppo ed a questo proposito, ricordiamo che il successo della comunicazione è più importante della singola parola pronunciata in quanto anche il linguaggio non verbale veicola messaggio.

Il dott. Marc E. Fey (1986) delinea quattro profili conversazionali:

- il conversatore attivo: il bambino adotta atti assertivi e responsivi ben bilanciati ed è in grado, anche se non sa usare il linguaggio e le parole, di realizzare una reciprocità conversazionale;

- il conversatore passivo: il bambino non è in grado di iniziare una conversazione ma effettua maggiormente atti responsivi ovvero atti che sono semplici risposte se sollecitato;

- il conversatore inattivo: il bambino ha bassi livelli assertivi e responsivi. Si presenta come un bambino socialmente isolato con problemi di apprendimento e di linguaggio;

- il non comunicatore: il bambino non sa cooperare in modo adeguato alla conversazione, presta poco interesse all’ascolto dell’altro ed è difficilmente agganciabile. Nei bambini piccoli (12-36 mesi) le abilità socio-conversazionali si esplicano secondo due dimensioni: la responsività e l’assertività. La responsività riguarda la capacità di comunicare con il proprio interlocutore e di riuscire a mantenere l’argomento di conversazione tra un turno e l’altro in modo contingente e coerente. L’assertività riguarda la capacità di avviare lo scambio richiamando l’attenzione del proprio interlocutore, di aprire il dialogo con la proposta di un nuovo argomento, oppure

formulare domande e/o richieste. Le abilità conversazionali del bambino vengono espresse sia in forma verbale che non verbale. Nella forma non verbale il bambino utilizza gesti detti deittici (indicare, mostrare, dare e richiedere la mano) e gesti referenziali (salutare con la manina ecc.). Questi gesti hanno la funzione di comunicare le proprie intenzioni, idee e significati che non riesce ancora ad esprimere con le parole e il linguaggio.

Il bambino può comunicare con l’adulto usando: azioni (toccandolo, prendendolo per il braccio), può usare lo sguardo verso l’adulto o lo sguardo verso l’oggetto; può indicare luoghi o oggetti; può usare vocalizzazioni.

I bambini possono combinare due o più modi di comunicare, per esempio indicano e vocalizzano oppure usano un’azione accompagnata dallo sguardo verso l’adulto. Tutti questi modi di comunicare vengono utilizzati per inviare messaggi che possono essere interpretati come dotati di significato. Osservare come un bambino dialoga o comunica, anche in modo non verbale con un adulto ci permette di cogliere come esprime i suoi messaggi.

La comunicazione può esprimersi anche con forme non verbali, ad esempio chiedere e rispondere possono essere realizzati con lo sguardo rivolto verso all’oggetto e poi all’adulto, con i gesti come indicare con il dito o con il mostrare e dare un oggetto.

Insomma nella comunicazione adulto-bambino va tenuta sempre in molta considerazione lo scambio di informazioni tra interlocutori, con un certo grado di reciprocità e bidirezionalità e un coinvolgimento attivo di entrambi... solo così si potranno valutare obiettivamente le capacità Socio-Conversazionali del bambino stesso.

a cura dott.ssa Morena Manzini
logopedista, counselor relazionale

bambini unici... speciali, bisogni unici e speciali logopedia e sindrome di Down

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Quando siamo difronte a un bambino con la sindrome di Down, nei primi anni di vita, diventa fondamentale per se stesso e per i suoi genitori un intervento precoce...

L’intervento precoce può essere utile a migliorare le sue possibilità di sviluppo, proprio perché in questi bambini così speciali, la presenza di una terza coppia del cromosoma 21 influisce sullo sviluppo motorio e linguistico rallentando l’acquisizione di alcune competenze; nonostante su queste stesse capacità influiscano anche fattori intrinsechi temperamentali e ambientali che, per fortuna oggi, si possono gestire al meglio.

Ogni bambino è unico e speciale ed avrà esigenze individuali. Gli specialisti che ruotano intorno a loro sono: il fisioterapista pediatrico che propone attività e giochi per promuovere lo sviluppo motorio del bambino e la deambulazione autonoma; il logopedista che suggerisce attività e giochi per sollecitare la comunicazione e la produzione verbale; il terapista miofunzionale che propone attività ed esercizi per migliorare respirazione, deglutizione e masticazione.

E ancora: l’ergoterapeuta che aiuta il bambino a raggiungere l’autonomia nei vari ambiti della vita quotidiana; educatori e pedagogisti che favoriscono lo sviluppo cognitivo-linguistico; lo psicologo comportamentale che cerca di ridurre gli eventuali comportamenti problematici e il neuropsichiatra infantile che effettua test cognitivi e raccorda il lavoro dei vari specialisti che ruotano intorno al bambino. Tuttavia, non necessariamente questi specialisti lavorano tutti nello stesso momento.

Nel bambino con sindrome di Down il linguaggio è ostacolato da uno scarso tono muscolare degli organi fonatori che rende problematica l’articolazione linguo-bucco-facciale (ipotono); è anche ostacolato da una respirazione deficitaria e di tipo orale e da macroglossia (ingrossamento della lingua) che comporta impaccio articolatorio. Molti bambini presentano inoltre disturbi visivi con distorsione e carente esplorazione del mondo circostante, percezione sensoriale alterata o iper o ipo sensibilità, ritardo psicomotorio e capacità logiche ridotte a causa del ritardo mentale.

Ci preme informare i genitori sullo sviluppo del loro bambino speciale poiché nei primi 3 anni di vita la produzione verbale appare povera se confrontata con quella dei bambini normodotati. A partire dal 4° anno, la maggioranza dei bambini con sindrome di Down produce le prime frasi di due parole: si hanno le prime distinzioni tra singolare e plurale e fra femminile e maschile. Tuttavia occorre sottolineare che una ristretta minoranza ancora a 6 anni non produce frasi di due parole e alcuni di questi bambini speciali per tutta la vita avranno un linguaggio verbale non superiore a quello di un bambino di 2 anni.

Dai 6 anni può succedere che alcune parole siano pronunciate in modo non corretto e che il livello lessicale sia migliore rispetto al livello fonologico, ma inferiore a livello sintattico: difficoltà a produrre frasi lunghe e complesse e discreto livello pragmatico in quanto i bambini sono socievoli e in grado di farsi capire.

Attualmente però è abbastanza raro trovare bambini con sindrome di Down privi di linguaggio, poiché la rieducazione praticata precocemente e in tutti i settori facilita la comparsa della parola e l’uso del linguaggio. I bambini con la sindrome di Down sono caratterizzati da una notevole variabilità nello sviluppo comunicativo-linguistico. Il lavoro logopedico viene svolto su più fronti: uno più funzionale per migliorare gli aspetti linguo-bucco facciali e per ridurre la protrusione linguale e migliorare la respirazione nasale; l’altro fronte più cognitivo linguistico e di arricchimento lessicale (vocabolario) e morfosintattico (struttura della frase). In età scolare viene proposto poi un lavoro sulla lettura e sulla scrittura, privilegiando il tratto dello stampato maiuscolo, più semplice da decodificare e con tratti meno ambigui.

Il coinvolgimento dei genitori durante tutto il percorso di crescita e apprendimento di questi bambini unici e speciali è fondamentale per favorire e consolidare gli apprendimenti proposti a scuola e durante la seduta di terapia... quindi genitori non scoraggiatevi: noi vogliamo essere al vostro fianco accompagnandovi al meglio delle nostre professionalità e capacità umane!

A cura dott.ssa Morena Manzini logopedista, counselor relazionale



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