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un grande cambiamento nella didattica delle lingue: dalla linguistica alla psicolinguistica

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Nell’insegnamento delle lingue la linguistica è sempre stato il punto di riferimento teorico su cui basarsi per impostare l’insegnamento stesso.

Il metodo più diffuso in ambito scolastico per insegnare una nuova lingua è sempre stato quello della grammatica e della versione/traduzione, molto utilizzato per le lingue antiche come il greco e il latino, altrimenti dette lingue morte. Questo metodo doveva stimolare nei giovani il ragionamento logico per prepararli allo studio della filosofia. In seguito, in mancanza di altre modalità d’insegnamento, il metodo della grammatica e della versione/traduzione è stato utilizzato anche per insegnare le lingue moderne, che sono però delle lingue vive, che servono alla comunicazione. Lo scopo dell’insegnamento delle lingue, quindi, non è più quello di abituare al ragionamento e alla logica, ma è comunicativo. E il metodo della grammatica e della versione/traduzione si è rivelato catastrofico per l’apprendimento comunicativo delle lingue moderne.

Dalla seconda guerra mondiale è cominciata una costante ricerca di metodi di insegnamento delle lingue. Questi però avevano alle spalle il concetto della lingua come qualcosa di statico, che va studiata nella grammatica da sapere alla perfezione prima di iniziare ad esprimersi. Sono nati libri pieni di regole grammaticali, di modi di dire, espressioni tipiche da studiare a memoria con la speranza che gli studenti, un giorno, quando ne avessero avuto bisogno, magari in un viaggio all’estero, sarebbero stati in grado di riprodurli.

In ristretti ambiti di ricerca si è cominciato a capire che il fulcro dell’apprendimento di una nuova lingua non sta nella lingua oggetto di studio, ma nel processo mentale e relazionale di apprendimento. Questo ha portato a un importante cambiamento: dall’oggetto di studio, la lingua X, al processo mentale di acquisizione di una lingua. Quindi dalla linguistica si è passati alla psicolinguistica: non è più necessario conoscere bene la lingua X, ma per mettere in moto processi mentali occorrono attività che stimolino l’attivazione cerebrale.

Un esempio. Per imparare ad andare in bicicletta posso studiare tutti i pezzi che la compongono, leggere tutti i manuali tecnici su come stare in equilibrio e come muovere i piedi per pedalare, ma poi imparerò ad andare in bici solo ed esclusivamente quando salirò sulla bici, qualcuno mi sosterrà per i primi giorni sudando e correndo dietro di me senza mollare il sellino... finché troverò l’equilibrio, guarderò avanti e non i miei piedi e finalmente comincerò a pedalare da sola! Ci vuole esercizio pratico!

Questo è il metodo di apprendimento percettivo – motorio, che avviene in modo inconsapevole e senza sforzo ma ha bisogno della pratica. Quello che apprendo, per esempio andare in bici, viene immagazzinato nella memoria implicita e viene usato automaticamente all’occorrenza. Il metodo percettivo – motorio è fondamentale per l’apprendimento di una lingua, per creare quelle competenze implicite della lingua che poi saranno utilizzate al momento opportuno per parlare nel mondo reale.

La psicolinguistica, quindi, sviluppa una metodologia di apprendimento delle lingue che tiene conto dei processi mentali. La linguistica entrerà in gioco in seguito, e sarà utile per ragionare e riflettere sulla mia produzione linguistica, sulle regole grammaticali e sintattiche. Non è stato forse così per la nostra lingua madre? Abbiamo parlato e parlato fino a 6 anni e poi con la scuola primaria abbiamo imparato a scrivere correttamente quello che già sapevamo dire... L’apprendimento di una lingua straniera quindi ricalca il processo di apprendimento della lingua madre: prima la pratica poi la teoria. Salgo sulla bicicletta, non imparo a memoria il libretto delle istruzioni...!

a cura di Cristiana Chiapparelli magic teacher Hocus & Lotus, esperta in glottodidattica infantile 

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